Gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di escludere le università del Regno Unito dall’elenco degli atenei idonei a ricevere studenti finanziati con borse di studio statali. La scelta, riportata da testate internazionali come *The Times* e *Financial Times*, segna una svolta significativa in una politica che per anni aveva visto il Regno Unito tra le destinazioni preferite dagli studenti emiratini.
Il programma di borse di studio degli Emirati rappresenta uno dei pilastri della strategia nazionale per la formazione di una classe dirigente altamente qualificata. Lo Stato sostiene economicamente i propri studenti nelle università considerate più prestigiose a livello globale, garantendo poi il pieno riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero. L’esclusione delle università britanniche, dunque, non è un atto marginale, ma un segnale politico e culturale preciso.
Secondo le ricostruzioni della stampa britannica, alla base della decisione vi sarebbero preoccupazioni legate al rischio di radicalizzazione islamista nei campus universitari del Regno Unito. Una fonte citata dal *Financial Times* ha spiegato che Abu Dhabi teme l’esposizione dei propri giovani a contesti in cui operano gruppi o reti riconducibili a un Islam politico non moderato. A rafforzare queste apprensioni vengono citati anche i dati ufficiali del programma britannico “Prevent”, che nel corso dell’anno accademico 2023-24 ha segnalato 70 studenti universitari per possibili percorsi di radicalizzazione islamista, un numero in aumento rispetto all’anno precedente.
Gli Emirati Arabi Uniti adottano da anni una linea di assoluta fermezza nei confronti dell’estremismo religioso. In questo quadro rientra anche il bando dei Fratelli Musulmani, movimento considerato dalle autorità emiratine una minaccia alla stabilità dello Stato. La Fratellanza, secondo numerose analisi, opera prevalentemente attraverso strumenti di predicazione, assistenza sociale e attivismo culturale, con l’obiettivo di trasformare gradualmente la società e le istituzioni secondo una visione politico-religiosa ispirata alla Sharia.
Il contrasto tra l’approccio emiratino e quello europeo appare evidente. In diversi Paesi dell’Unione, e in Italia in particolare, il dibattito sull’Islam politico e sulla radicalizzazione è spesso frammentato e privo di una chiara definizione giuridica. In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha più volte definito la Fratellanza Musulmana una minaccia alla coesione nazionale, sottolineando il rischio della creazione di “ecosistemi paralleli” nelle periferie urbane. Nel Regno Unito, considerato storicamente un centro logistico e intellettuale della Fratellanza in Europa, il governo guidato da Keir Starmer ha annunciato nel 2025 una “stretta revisione” dell’organizzazione, senza però giungere finora a un bando formale.
In questo contesto, gli Emirati rivendicano una legislazione chiara e un controllo rigoroso delle attività religiose, mentre in Europa – secondo molti osservatori – la tutela della libertà religiosa finisce talvolta per creare zone grigie in cui movimenti con finalità politiche possono operare senza un adeguato monitoraggio. Anche in Italia l’attenzione si è concentrata sui finanziamenti esteri, in particolare provenienti dal Qatar, destinati alla costruzione di grandi centri islamici, ma il dibattito su cosa si intenda per “Islam politico” resta aperto.
La decisione di Abu Dhabi, al di là delle sue implicazioni accademiche, riporta dunque al centro una questione più ampia: il delicato equilibrio tra apertura e sicurezza. Un tema che l’Europa è chiamata ad affrontare con maggiore chiarezza, mentre alcuni Paesi del Medio Oriente scelgono una linea di prevenzione netta e senza ambiguità.
Redazione
