Nei primi 3 anni di vita i genitori e la famiglia del nascituro sono coinvolti nella gestione del bambino, negli ambiti della richiesta di accudimento, nutrizione, spannolinamento, stimolazione del linguaggio e nella cura della prima socializzazione nei vari contesti di vita, nella creazione del legame di attaccamento familiare, compresa la pianificazione di una successiva gravidanza, o la gestione di più figli.
Sono compiti che richiedono un impegno costante e un livello di coinvolgimento delle risorse emotive, cognitive e sociali della famiglia, che sono di notevole impatto nel proseguimento della vita del figlio e che contribuiscono alla qualità della cura, alla promozione del benessere biopsico sociale del bambino e della sua famiglia.
Ma cosa fare se il bambino si ammala?
La malattia del bambino è imprevedibile, pertanto la legge contempla per i genitori lavoratori dipendenti – ovvero in costanza di rapporto di lavoro – la possibilità di interrompere la presenza al lavoro per poter accudire il figlio minore di 3 anni attraverso un congedo retribuito, denominato ‘malattia figlio’.
E’ davvero importante per il bambino sapere di avere accanto a sé una figura di accudimento stabile nel momento della malattia, del bilancio di salute che si effettua con il pediatra di libera scelta, nella convalescenza e nella ripresa; allo stesso modo, è importante per i genitori (o chi se ne prende cura) avere un punto di riferimento che li sostenga e li tuteli perché la fragilità del proprio figlio attiva una serie di risorse emotive e cognitive concentrate nel favorire la ripresa della salute del minore, che non è solo il sollievo dal dolore fisico ma soprattutto la condivisione del calore familiare attraverso il potenziamento della costanza del legame di attaccamento. Insieme ai genitori, il bambino che non sta bene impara ad apprendere a riconoscere i segnali del proprio corpo e lentamente identificarli, collaborando alla costruzione di un lessico familiare che è prezioso nella partecipazione di tali informazioni anche nella fase dell’ingresso al nido e alla scuola dell’infanzia.
Per la delicatezza delle questioni generali sovraelencate e soprattutto per favorire un approccio preventivo sulla salute del bambino e della sua famiglia, la ‘malattia figlio’ non prevede il controllo dell’INPS: in questo caso, il lavoratore dipendente nel settore pubblico e privato non è tenuto a rispettare le fasce orarie di controllo o visita fiscale, che invece in altri casi costituiscono un obbligo. (https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2025.03.malattia-e-visite-mediche-di-controllo-tutte-le-informazioni.html).
Come funziona il certificato di malattia del bambino?
Quando il bambino non sta bene, i genitori devono portarlo presso lo studio del pediatra di libera scelta. In questo luogo di accoglienza e di tutela della salute psicofisica del bambino, la famiglia parteciperà insieme al medico ad un processo informativo, decisionale e partecipativo che riguarda il percorso di cura e di valutazione della crescita e delle competenze del bambino, oltre che di monitoraggio e di cura della malattia. Alla fine della visita, il pediatra produrrà un certificato medico attestante lo stato di malattia del bambino, quindi il genitore dovrà inviarlo al datore di lavoro per usufruire dei permessi e dei congedi previsti dalla legge. Successivamente, il datore di lavoro provvederà ad inviare il certificato all’Inps per via telematica.
In aggiunta, il genitore richiedente il congedo deve presentare una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, ovvero una dichiarazione formale in cui si afferma che i giorni di permesso o congedo richiesti non coincidono con quelli eventualmente richiesti dall’altro genitore, in modo da garantire una corretta gestione delle assenze in famiglia e la piena conformità con le norme vigenti.
La legge infatti dispone che ad assistere il bambino vi sia un solo genitore, in quanto il permesso malattia bimbo va rendicontato.
Il congedo ‘malattia figlio’ prevede 30 giorni annui di malattia bambino consecutivi e non consecutivi con retribuzione al 100% della giornata lavorativa, in costanza di rapporto di lavoro (contratto) a tempo determinato ed indeterminato per i primi tre anni di vita.
Allo scadere del terzo anno (compimento dell’età di 4 anni del bambino, ovvero il giorno del suo compleanno) questa tipologia di malattia retribuita si conclude e si viene avvisati del suo termine dall’ufficio delle Risorse Umane o dallo stato giuridico del personale, pertanto i permessi non usufruiti non sono recuperabili successivamente.
La malattia del figlio dai 4 agli 8 anni non è retribuita (zero per cento) per cui molte famiglie richiedono i congedi parentali o i giorni di ferie.
Riepilogando:
- Malattia bimbo da zero a tre anni: 30 giorni annui a retribuzione piena (100%)
- Malattia bimbo dai 4 agli 8 anni nessuna retribuzione (0%) e possibilità di richiesta di congedi parentali o giorni di ferie per un massimo di 5 giorni lavorativi annui.
Riferimenti normativi
Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 – artt. 47 e seguenti.
A cura di
Dr.ssa Roberta Di Filippo psicoterapeuta Analista Transazionale Certificata
Dr.ssa Rita Zumbo psicoterapeuta ad orientamento junghiano e specialista cognitivo comportamentale
Dr.ssa Francesca Orlando psicoterapeuta psicanalitica
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