Cinque anni dopo l’agguato in Congo, ancora senza verità per Luca Attanasio

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Sono trascorsi cinque anni dal 22 febbraio 2021, quando l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, venne assassinato a 44 anni sulla strada tra Goma e Rutshuru, nel Nord Kivu. Con lui persero la vita il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci, 30 anni, e l’autista del convoglio Mustapha Milambo, 56.

Il convoglio, organizzato dal Programma alimentare mondiale (Wfp) per una visita a Rutshuru, attraversava un’area ad alto rischio, segnata dalla presenza di milizie armate. Nei pressi di Kibumba uomini armati aprirono il fuoco: Iacovacci e Milambo morirono sul posto; Attanasio, gravemente ferito, fu trasportato all’ospedale della missione Onu a Goma, dove si spense poco dopo.

Nei mesi successivi sei presunti esecutori materiali furono condannati a morte a Kinshasa, pena poi commutata in ergastolo su richiesta della famiglia e dello Stato italiano. Un processo giudicato frettoloso e lacunoso. L’ipotesi iniziale del tentato rapimento è stata messa in discussione da una perizia balistica di parte, che ha parlato di esecuzione.

Il 13 febbraio 2024 il Tribunale di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di due funzionari del Wfp, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, per immunità funzionale. Erano accusati prima di omesse cautele — il viaggio senza veicoli blindati né scorta dei caschi blu — poi di omicidio colposo. Lo Stato italiano non si è costituito parte civile né ha chiesto la revoca dell’immunità. La Procura di Roma non ha presentato ricorso.

«Siamo al punto di partenza», ha dichiarato Salvatore Attanasio, padre dell’ambasciatore. È aperta a Roma un’indagine per terrorismo, ma gli atti restano coperti da segreto. A cinque anni di distanza, movente e mandanti del triplice omicidio restano ignoti. La richiesta di verità e giustizia continua.

Redazione

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