Di Souad Sbai
Per oltre quarantotto ore, televisioni e grandi testate nazionali, comprese RaiNews, la Repubblica ed altre testate di informazione, hanno diffuso immagini differenti dei presunti responsabili dell’attacco generando una confusione enorme nell’opinione pubblica. Ancora oggi, lunedì 18 maggio, sui social continuano a circolare fotografie discordanti attribuite a Salim El Koudri, il 31enne fermato dopo aver travolto diversi pedoni nel centro di Modena.
La domanda che molti si pongono è semplice ma devastante: com’è possibile che nel caso di uno degli episodi più gravi degli ultimi anni l’informazione italiana non riesca a identificare con chiarezza il volto dell’attentatore? Si tratta di un errore giornalistico dovuto alla velocità della comunicazione contemporanea oppure di qualcosa di più profondo, legato alla gestione narrativa dell’evento?
La vicenda assume un peso ancora maggiore perché avviene in un contesto storico in cui propaganda, disinformazione e manipolazione visuale rappresentano strumenti centrali della guerra cognitiva online. Le piattaforme digitali funzionano ormai attraverso logiche di viralità immediata: immagini, screenshot e video vengono condivisi milioni di volte prima ancora che possano essere verificati. È esattamente dentro questo ecosistema che i gruppi estremisti prosperano. Il caso Modena mostra quanto sia fragile oggi il rapporto tra media tradizionali e verità visiva. Nel giro di poche ore, utenti italiani e stranieri hanno iniziato a confrontare le fotografie diffuse dai giornali, notando differenze evidenti nei volti attribuiti allo stesso soggetto. Su forum, social network e piattaforme internazionali cresce il sospetto di un cortocircuito informativo senza precedenti.
La stampa estera osserva con attenzione. Non tanto per il singolo errore fotografico, ma per ciò che questo episodio rivela: l’incapacità dei media europei di mantenere credibilità nell’era dell’informazione algoritmica. In un momento in cui l’Occidente combatte contro la radicalizzazione digitale, propaganda jihadista e manipolazione online, la confusione prodotta dalle stesse testate mainstream rischia di alimentare ulteriormente sfiducia, polarizzazione e teorie alternative.
Il punto centrale non è soltanto “quanti Salim esistano”, come ironizzano molti utenti online. Il problema reale è che l’informazione contemporanea sembra aver perso il controllo della verifica visuale proprio mentre immagini e identità digitali sono diventate il cuore dello scontro culturale globale. Ed è qui che il tema si collega direttamente al nuovo terrorismo digitale. Lo Stato Islamico e altri movimenti estremisti hanno compreso da tempo che caos informativo, sovraccarico emotivo e sfiducia nei media rappresentano potenti acceleratori di radicalizzazione.
Ogni errore mediatico, ogni immagine sbagliata, ogni narrativa contraddittoria diventa materiale perfetto per alimentare comunità online convinte che “la verità venga nascosta”. In questo senso, il caso Modena non riguarda soltanto cronaca e sicurezza. Riguarda la crisi dell’autorità informativa occidentale nell’epoca degli algoritmi, dei social network e delle identità digitali manipolabili. Una crisi che rischia di diventare essa stessa terreno fertile per nuove forme di estremismo.
https://x.com/IntCyberDigest/status/2056055138826010964?s=20

