Made in Italy e impresa, Benedetta Bruzziches: “Serve una porta aperta, non un muro di certificazioni”

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Nella suggestiva cornice della sala dell’istituto di Santa Maria in Aquiro, al Senato della Repubblica, la designer Benedetta Bruzziches ha offerto una riflessione lucida e concreta sul futuro del Made in Italy e sulle sfide dell’internazionalizzazione.

Partendo dalla propria esperienza imprenditoriale – un’azienda che produce borse artigianali nella Tuscia, coinvolgendo cinquanta sarte e distribuendo in oltre venti Paesi – Bruzziches ha evidenziato le difficoltà quotidiane di chi opera in un sistema “non pensato” per realtà di questo tipo. Tra i principali ostacoli, i costi elevati dei bandi per l’internazionalizzazione, spesso paragonabili ai benefici promessi, e la mancanza di strumenti formativi adeguati per chi costruisce un’impresa mentre la vive.

Al centro del suo intervento, anche una riflessione sul valore autentico del Made in Italy, oggi sempre più percepito come un’etichetta acquistabile, piuttosto che come un patrimonio di competenze e tradizioni da tutelare. Un sapere fatto di gesti, come quelli artigianali che si tramandano nel tempo, e che rappresentano l’identità produttiva del Paese.

Particolarmente forte il messaggio rivolto alle nuove generazioni. “Una ragazza che oggi vuole iniziare, da un paese piccolo, senza contatti, senza soldi, con solo un’idea, deve trovare una porta aperta – ha affermato la designer -. Non un muro di certificazioni e consulenze. Perché quando togli a qualcuno la possibilità concreta di provarci, non gli togli un business plan, gli togli il motivo per cui si è svegliata la mattina”.

Il confronto si è arricchito degli interventi di diverse protagoniste del mondo imprenditoriale e istituzionale, tra cui Valentina Tepedino, Alessia Antinori e Souad Sbai, che hanno contribuito ad ampliare il dibattito sul racconto e sulla valorizzazione delle eccellenze italiane nel mondo.

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