Quando la diplomazia diventa influenza ostile: il caso iraniano in Francia

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Di Souad Sbai
Il rapporto L’infiltration de la République islamique d’Iran en France, elaborato dal think-tank francese France 2050 e articolato in 95 pagine, costituisce uno dei contributi più strutturati degli ultimi anni sul tema dell’influenza esercitata dalla Repubblica islamica in un Paese europeo centrale come la Francia. Il documento, trasmesso alle istituzioni della Repubblica, non si limita a una ricognizione descrittiva, ma propone una lettura strategica che si inserisce pienamente nel quadro delle nuove forme di conflitto politico del XXI secolo.
La tesi di fondo del rapporto è chiara: l’azione iraniana non segue una logica episodica né esclusivamente securitaria, ma si sviluppa attraverso una strategia di lungo periodo, coerente con la dottrina di proiezione esterna del regime di Teheran. Una strategia che privilegia l’influenza indiretta, la penetrazione culturale e il condizionamento cognitivo rispetto alle modalità tradizionali dello scontro aperto o del terrorismo conclamato.
Si tratta di una dinamica che ho analizzato nel mio libro Iran dei Mullah, dove emerge come la Repubblica islamica abbia progressivamente affinato strumenti di influenza capaci di operare sotto la soglia della visibilità e della repressione giuridica, sfruttando le aperture delle società democratiche per trasformarle in spazi di competizione asimmetrica.
Secondo gli estensori del dossier France 2050, il punto cruciale non è la presenza di singoli agenti o simpatizzanti, bensì la costruzione progressiva di un ecosistema relazionale. Eventi culturali, iniziative accademiche, associazionismo e piattaforme di dialogo vengono descritti come vettori funzionali alla diffusione di narrazioni favorevoli al regime iraniano, o quantomeno alla neutralizzazione di una lettura critica della sua natura ideologica e delle sue politiche regionali.
In questo contesto, l’ambasciata iraniana a Parigi emerge nel rapporto non soltanto come sede diplomatica, ma come snodo operativo di una rete articolata. Non un centro di comando nel senso classico, bensì una piattaforma capace di selezionare interlocutori, coltivare relazioni durature e orientare il dibattito pubblico operando stabilmente sotto la soglia dell’illegalità formale.
L’obiettivo di tale strategia non sarebbe la conversione ideologica esplicita, bensì la normalizzazione del punto di vista iraniano nello spazio politico e mediatico francese. Il dossier individua nella questione mediorientale, e in particolare nel conflitto israelo-palestinese, una leva privilegiata per alimentare polarizzazioni interne, sfruttare fratture identitarie e indebolire il consenso sulle alleanze occidentali della Francia.
È in questa cornice che vanno interpretate le reazioni politiche seguite alla diffusione del rapporto, comprese le richieste di apertura di un’inchiesta statale e, in alcuni ambienti, l’ipotesi della chiusura dell’ambasciata iraniana. Al di là della praticabilità diplomatica di misure così drastiche, il dato politicamente rilevante è un altro: la percezione di una minaccia sistemica, non contingente né marginale.
Il caso francese non può tuttavia essere letto come un’eccezione. Esso rivela una vulnerabilità più ampia delle democrazie europee di fronte alle operazioni di influenza condotte da attori autoritari. Le società aperte, fondate sul pluralismo e sulla libertà di espressione, tendono a sottovalutare il rischio che tali spazi vengano utilizzati come terreno operativo da potenze che non riconoscono né la reciprocità né la neutralità di queste aperture.
Il nodo, in ultima analisi, non è giuridico ma strategico. La linea di confine tra diplomazia legittima e ingerenza organizzata resta ambigua, e questa ambiguità favorisce chi adotta una logica asimmetrica. L’Iran, in questo senso, non rappresenta un’anomalia, ma un caso paradigmatico per coerenza, durata e adattabilità della sua azione.
Il rapporto France 2050 pone dunque una questione che investe l’intera Europa: fino a che punto le democrazie liberali sono in grado di difendere il proprio spazio decisionale senza rinnegare i propri principi? Senza una rinnovata consapevolezza strategica, il rischio è di continuare a interpretare queste dinamiche come episodi isolati, mentre esse costituiscono ormai una delle principali forme di conflitto politico nel mondo contemporaneo.

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