DONNE, A MILANO LE VOCI DELLE SOPRAVVISSUTE: “LA LIBERTÀ NON È SCONTATA”

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Milano, 25 settembre 2026 – Una bambina rapita da Hamas, una donna yazida sequestrata dall’ISIS, un’ex ostaggio del 7 ottobre, un’attivista afghana e una dissidente iraniana. Sono state soprattutto le loro testimonianze a segnare “Donne: la libertà è sempre di moda”, il convegno organizzato dall’Istituto Milton Friedman al Centro Congressi Assolombarda durante la Milano Fashion Week, con quattro panel dedicati alla libertà femminile, al terrorismo, alla sicurezza e all’impegno della moda.

Ela Elyakim, cittadina israeliana e italiana, aveva otto anni quando il 7 ottobre 2023 fu rapita da Hamas nel kibbutz di Nahal Oz insieme alla sorella Dafna. Ha raccontato i 51 giorni di prigionia, trascorsi in diverse abitazioni e anche sottoterra. “Ci hanno portato in una specie di gabbia, come quella dei cani, solo un po’ più grande”. Alla domanda di Hoara Borselli su dove avesse trovato la forza per resistere ha risposto: “Mia sorella”. Oggi, ha detto, “sto bene. È come se avessi superato il peggio”.

Fawzia Amin Sido, yazida di Sinjar rapita dall’ISIS nel 2014 quando aveva dieci anni, ha raccontato di essere stata separata dal fratello, venduta, incatenata, picchiata e torturata. Nel 2020 fu trasferita a Gaza dove, secondo la sua testimonianza, venne costretta sotto minaccia a sposare un jihadista e ad avere due figli. È stata liberata dopo dieci annidall’IDF. “Non sono qui per chiedervi compassione, chiedo umanità”, ha detto. “Voglio essere di nuovo solo una figlia, una figlia che può abbracciare di nuovo sua madre”.

Sul palco anche Aviva Siegel, rapita da Hamas con il marito Keith il 7 ottobre e rimasta in prigionia per 51 giorni. Ha raccontato la fame, il tempo trascorso sottoterra e il controllo esercitato dai carcerieri. Quando il marito le disse di non riuscire più a respirare, ha ricordato, pensò: “Non volevo vederlo morto. L’unica cosa che pensavo era: per favore, fatemi morire prima”. Siegel ha ricordato anche Ela Elyakim, seduta sulle sue gambe mentre i sequestratori dicevano alle due bambine che Israele non esisteva più e che non avrebbero avuto una casa alla quale tornare. “Ela non riusciva a smettere di piangere”. Aviva ha abbracciato Ela poco prima di intervenire in sala e si è commossa.

Dall’Afghanistan è arrivata la testimonianza di Husna Jalal, fondatrice di Women for Change International, che ha denunciato l’esclusione delle ragazze dall’istruzione oltre la sesta classe e ha definito la condizione delle donne afghane un “apartheid di genere”. “Le ideologie islamistenon rispettano i confini”, ha avvertito. Jalal, oggi residente nei Paesi Bassi, ha rivolto il proprio messaggio anche all’Europa: “Siamo fuggiti dal nostro Paese. Dove dovremmo andare adesso, su Marte?”.

Per l’Iran ha parlato Elaheh Tavakolyan, che ha aperto l’intervento alzando il pugno e chiedendo al pubblico: “Vedete una terrorista?”. Ha raccontato di essere scesa in strada insieme alle figlie durante le proteste e di essere stata colpita, perdendo un occhio. “Libertà per l’Iran”, ha scandito. Alla figlia che le chiedeva perché manifestare aveva risposto: “Per la libertà. Perché voi non diventiate come la nostra generazione, repressa e costretta al silenzio”. “Se tornassi indietro rifarei la stessa scelta. In me non c’è alcun rimpianto”.

Ad aprire i lavori è stato Dario Peirone, direttore generale dell’Istituto Milton Friedman, seguito dal Presidente dell’Associazione Italia-Iran Mariofilippo Brambilla di Carpiano. Tra gli interventi istituzionali quelli della senatrice Mariastella Gelmini, della senatrice Elena Murelli, della deputata Alessia Ambrosi, dei consiglieri regionali della Lombardia Giulio Gallera, Sergio Gaddi e Marco Bestetti e della senatrice Daniela Santanchè. Roberto Bagnasco, deputato, ha introdotto il primo panel affermando che “il destino dell’Iran appartiene solo al suo popolo”.Mentre l’On. Andrea Orsini ha ricordato la brutalità del 7 ottobre. Per il comune è intervenuto il capogruppo Riccardo Truppo. Sono giunti inoltre all’assise i saluti istituzionali di numerosi Ministri, del sindaco Sala e del presidente della regione Fontana.

Santanchè ha definito il burqa una “prigione portatile” e ha indicato cinque priorità: libertà di scelta nell’abbigliamento, contrasto a matrimoni forzati e mutilazioni genitali femminili, accoglienza per chi fugge dalla repressione iraniana, responsabilità per chi opprime, tortura o uccide donne e ragazzi, coinvolgimento del mondo della moda per dare voce alle donne private dei propri diritti. “Le parole sono importanti, però poi c’è l’azione”, ha detto, abbracciando Ela e Aviva.

Il secondo panel, dedicato alla violenza contro le donne come strumento di terrore il 7 ottobre, è stato moderato dal giornalista Mediaset Francesco Vecchi. Ruth Halperin-Kaddari, direttrice del Rackman Center della Bar-Ilan University e cofondatrice del Dinah Project, ha illustrato il lavoro di documentazione sulle violenze sessuali del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi. Un documento scientifico sconvolgente.

Nel terzo panel, moderato da Emanuela Gentilin, “Donne e sicurezza: diritti universali”, la senatrice Elena Murelli ha affermato che “non può esserci libertà senza sicurezza”, insistendo anche sull’indipendenza economica delle donne. Manel Msalmi ha invece portato il punto di vista dei musulmani europei impegnati contro l’estremismo islamista, chiedendo maggiore attenzione alle reti radicali e alle organizzazioni che, secondo il suo intervento, sostengono Hamas.

Il quarto panel, moderato dalla giornalista Barbara Politi e preceduto da una breve sfilata della linea “Lux”, ha portato il tema dentro la Milano Fashion Week. La stilista Chiara Boni ha definito la moda uno “specchio dei tempi”, capace di raccontare i cambiamenti sociali e l’emancipazione femminile. Farnoush Hamidian, modella e attrice nata in Iran, ha sintetizzato il messaggio della giornata: “Non c’è niente di più prezioso, per una donna della libertà”. Essere liberi, ha spiegato, significa poter ridere in pubblico, ballare, sentire i capelli al vento e soprattutto “avere il diritto di scegliere cosa fare, cosa essere, come vivere”. Si è trattato di un evento che ha raccolto testimonianze inedite per l’Italia, così come sono risultate straordinarie  vicinanza e affetto tra le testimoni, in particolari israeliane e iraniane. Tutti i relatori hanno concordato sull’equazione riportata dalla campagna con cui l’Istituto Friedman ha invaso Milano: HAMAS = ISIS = TALEBANI = REGIME IRANIANO. “I nemici della libertà e delle donne che oggi soltanto Israele sta contrastando”, hanno sottolineato molti dei relatori.

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