Perugia, obbligata a indossare il velo: “La riapertura delle indagini ispira nuova fiducia nella giustizia”

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“Ho parlato ieri con Salsabila e si è detta rincuorata dalla riapertura dell’indagine. Finalmente ricomincia ad avere fiducia nella giustizia ed è pronta a raccontare anche tante altre cose che non sono contenute nella denuncia”. A parlare è Souad Sbai, la presidente della onlus Acmid Donna che sta prestando assistenza a Salsabila Mouhib, la donna di origine marocchina di 33 anni che ha denunciato l’ex marito (anche) perché la obbligava a indossare il velo integrale.

La soddisfazione della donna dipende dalla revoca della richiesta di archiviazione disposta dal procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone, dopo le polemiche sull’istanza con cui il caso stava per essere chiuso. “Almeno adesso verrà sentita la parte offesa speriamo – aggiunge Sbai -. Lei vuole che sia fatta giustizia e noi ci crediamo profondamente, anche se quella richiesta di archiviazione ci ha fatto dubitare. Per me, che sono marocchina, è stato un insulto leggere che il velo integrale fa parte della nostra cultura perché non lo è . Quella frase era totalmente fuori luogo. Dietro il velo c’è una storia terribile, come ce ne sono molto spesso purtroppo. E anche qui in Italia. Dall’Umbria e dalla Toscana ci arrivano tante richieste di aiuto e noi non lasciamo indietro nessuna delle donne che decidono di denunciare le violenze dei loro uomini”.

Salsabila ha denunciato il suo ex marito per fatti molto gravi: “Quando usciva di casa mi chiudeva dentro casa, non voleva che uscissi e parlassi con nessuno. Avevo il permesso solo di andare in ospedale o dal medico. Mi picchiava, una volta mi ha dato uno schiaffone facendomi svenire per il dolore. Tutto questo perché voleva che mi alzassi a fargli la colazione alle 4.30 e io non lo avevo fatto ” ha spiegato la donna in denuncia. Nella richiesta di archiviazione, il pm scriveva tra l’altro che la donna “non aveva mai chiesto aiuto agli assistenti sociali di Tuoro con cui aveva comunque contatti2. Il perché lo spiega ora Sbai: “Aveva paura di perdere i tre figli. Ne abbiamo viste di storie di questo tipo in cui i bambini sono stati portati in casa famiglia anche per molto meno. Lei non aveva un lavoro. Era terrorizzata. E adesso invece, anche se senza documenti perché glieli ha sequestrati il padre, i bambini sono comunque al sicuro con la nonna materna in Marocco”. In attesa che una giustizia che possa essere chiamata tale la aiuti a costruire un futuro nuovo, senza vessazioni. In cui far vivere anche i figli.

Corrieredell’umbria

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