Pontremoli: siamo entrati nell’unico istituto penitenziario minorile femminile d’Italia

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Se vi capita di andare a Pontremoli, a parte i testaroli – facile – dovete assolutamente provare gli amor: doppia cialda di wafer con una crema fresca e burrosa in mezzo, ogni pasticceria li fa a modo suo. Danno dipendenza. Don Giovanni Perini, il cappellano dell’unico Ipm (Istituto Penitenziario Minorile) esclusivamente femminile d’Italia (in Europa ne esiste solo un altro, in Belgio), ne ha sempre portati molti vassoi alle ragazze dentro. Una volta una è scappata, e quando l’hanno ripresa gli ha detto «don, ho battuto tutte le pasticcerie di Milano ma ci credi? Non avevano neanche un amor». Che posto è, un posto senza amor. Quella libertà rubata, forse è stato quasi meglio doverla restituire in cambio di una merenda dolce e di una cella vicino alla sponda sinistra del torrente Verde, prima che confluisca nel Magra. In un nido stretto, con sbarre che pungono, nel cuore della Lunigiana.

L’Ipm è un parallelepipedo grigio/giallino e anonimo. Mentre entriamo a visitarlo, ospita 12 detenute che stanno scontando pene definitive o sono in attesa di primo giudizio, ma il limite massimo è 16. Rispetto alle realtà maschili ben più sovraffollate, anche in conseguenza dell’inasprimento delle pene e delle misure cautelari del decreto Caivano, qui si respira. Allargando un po’ la prospettiva grazie all’ultimo Rapporto di Antigone (associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale), che a fronte di un aumento di detenuti e operatori denuncia una diminuzione del budget stanziato dal Governo per il Dipartimento della Giustizia Minorile, nel 2025 in Italia i detenuti nei 17 istituti penali per minorenni esistenti erano 572, di cui 242 stranieri, e 21 ragazze. Solo circa la metà avevano meno di 18 anni, perché gli Ipm ospitano anche giovani tra i 18 e i 25 anni che hanno commesso reato da minorenni. Sono comunque numeri bassi rispetto alle 17.027 persone (solo 1535 femmine, dati al 31 gennaio) che ha in carico la giustizia minorile: lo strumento riparativo centrale del modello italiano non è la detenzione. La maggior parte dei ragazzi è gestita, attraverso progetti trattamentali, dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni, una parte viene destinata alle comunità, una parte (3.273) accede alla “messa alla prova”: che sospende il processo per un periodo (fino a 3 anni per reati gravi, fino a 1 anno per altri), ritagliando su misura del minore un percorso educativo e di riabilitazione. Se va a buon fine, il reato si estingue e con esso la necessità della detenzione. Ma ora siamo qui. Lasciamo all’ingresso documento e cellulare, superiamo qualche porta e incontriamo quattro donne per farci raccontare.

«Mi sono laureata in Scienze dell’educazione, poi in Scienze politiche con indirizzo in Scienze della pubblica amministrazione, poi ho preso un master in Scienze criminologiche con un’esperienza, tra l’altro, nel circuito di massima sicurezza. Ho una famiglia, a Viterbo. Ci torno nel fine settimana. Sono arrivata qui in un momento di sovraffollamento, rivolte ed evasioni in ambito minorile. Una o due volte a settimana veniva da Firenze un comandante della polizia penitenziaria, ma per il resto del tempo mi sono dovuta arrangiare da sola, dando indicazioni operative alle agenti senza avere alcuna competenza in merito. Ce n’erano molte neoassunte in servizio da un mese, un mese e mezzo, in fase di apprendimento. Tantissimo aiuto l’ho ricevuto dalle persone che storicamente stanno qua, e per il resto, piano piano, ci siamo inventati e costruiti il nostro modo. Negli ultimi anni è cambiato il profilo delle ragazze detenute in un Ipm. Prima erano autrici soprattutto di reati contro il patrimonio, ma ora aumentano quelli contro la persona. Penso che in questa fase storica ci sia una grande incapacità di leggere le proprie emozioni, di canalizzarle e di trovarne un senso, di contenere l’aggressività e dare ascolto a un istinto di conservazione che prima funzionava da deterrente. Qui però, il forte legame che ha l’istituto con la comunità che lo ospita continua a essere una preziosissima risorsa.

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