“Rachida. Un’apostata in Italia” di Souad Sbai

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Rachida. Un’apostata in Italia. Come la conversione porta alla morte

Amarezza, sgomento, rabbia, impotenza. Sono alcune delle emozioni provate da Souad Sbai, giornalista italiana di origini marocchine, fondatrice dell’associazione Acmid-Donna Onlus che si occupa di contrasto alla violenza sulle donne.

Souad Sbai raccoglie presso la sua associazione la chiamata dei Carabinieri di Brescello, il paese dove è avvenuto l’assassinio di Rachida, e da lì inizia il suo percorso volto a ricostruire le motivazioni di quel terribile delitto e l’analisi delle molteplici motivazioni che portano molti uomini a usare violenza, più o meno grave nei confronti delle donne, siano esse mogli, figlie o anche madri, quando queste osano uscire dai tracciati imposti e anelare ad una libertà totalmente negata.

Rachida, in Italia da diversi anni, aveva più volte denunciato le violenze subite dal marito, ne aveva parlato con i suoi conoscenti e anche con il parroco, in un percorso di avvicinamento alla religione cristiana.

Ed è stata proprio questa la sua colpa, agli occhi del marito: aver osato allontanarsi dall’Islam e avvicinato un’altra religione. Un reato di apostasia da punire con la pena più severa, la morte.

“Domande che aspettano ancora una risposta: sul come, sul perché, sul quando si possa decidere di mettere fine a una vita in quanto sfugge alle nostre più laide bramosie di controllo e di assoggettamento mentale”.

E nel frattempo il corpo di Rachida giace solo e abbandonato nell’obitorio del paese, nessuno che lo reclama, nessuno che pietosamente intende darle una degna sepoltura. Saranno poi i genitori, chiamati da Souad Sbai e arrivati dal Marocco, a raccogliere i poveri resti della loro martoriata figlia e a riportarli a casa.

Rachida diventa quindi un simbolo di libertà.

L’autrice in questo suo lavoro “Rachida – Un’apostata in Italia” – alla terza ristampa ‒ pone fortemente l’accento sulle persecuzioni cui sono sottoposti tutti coloro che scelgono la conversione al Cristianesimo.

Ma in realtà la chiave di lettura della storia di Rachida è molto più inclusiva: la sua morte violenta per mano di un familiare (il marito nel caso specifico) sta a testimoniare l’impossibilità per alcune donne – e non solo appartenenti all’area culturale islamica (vedi i numerosi femminicidi nel nostro paese) – di affermare la propria autodeterminazione, la propria libertà di scelta, sia in campo religioso che in altri ambiti di vita.

Ed è per tale ragione che il conseguente processo (nel caso del marito di Rachida, ma vale per tutti gli altri processi per reati simili) deve essere improntato su tre imperativi: nessuna paura, nessuna pietà e nessuna attenuante.

Solo garantendo tali prerogative si può garantire un processo giusto, che renda veramente giustizia alla vittima.

Rachida ha infine avuto giustizia, il suo aguzzino ha avuto una pena adeguata all’orrendo crimine commesso. E la storia di Rachida è approdata in molti dibattiti pubblici sul tema della libertà religiosa.

“Finché non sarà lecito a chiunque seguire la via indicata dalla propria anima, dal proprio spirito guida, non sarà mai possibile costruire una società davvero eguale e pacificata, esente dagli inganni e dalle illusioni del falso multiculturalismo e da ogni ingenuo tentativo di tregua fra coloro che amano e coloro che odiano, da qualsiasi parte essi dimorino in questo mondo”. Souad Sbai

Redazione

 

 

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