Il “soliloquio dialogato”: solitudine o strategia?

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Di Francesco Barone

Non è raro incontrare qualcuno che parla da solo, ascoltare i suoi pensieri che si sviluppano a voce semi alta e che diventano veri e propri dialoghi, a volte accompagnati da timidi movimenti delle mani come fosse un originale rituale. Un soliloquio dialogato, frutto di una solitudine o di una strategia per comprendere a che cosa è servito parlare da solo? Forse per entrambe le possibilità o per nessuna delle due. Forse per il bisogno di focalizzare l’attenzione su se stessi, per avviare o consolidare la ricerca di idee complesse. Parlare da solo quando si è soli è normale, non lo è quando si parla da solo essendo in compagnia. E’ l’ennesima condizione dell’essere umano in una continua ricerca di se stesso, in un mondo agitato dove non finiamo mai di stupirci e, nel quale, nonostante tutto, intendiamo mantenere saldo il legame d’affetto con noi stessi. Inizia così il viaggio del dire tante cose che in altre situazioni non si direbbero o non si avrebbe il coraggio di riferirle. Quel parlare da solo è il togliere la maschera alle parole facendo emergere la vera identità, spesso nascosta dietro comportamenti dettati dalle aspettative esterne. E’ un fidarsi delle proprie risorse, èl’applicazione del teorema basato sulla coerenza tra ciò che si pensa e ciò che si dice, imponendo a se stessi che nel mezzo tra il dire e il fare non debba esserci nulla di sbagliato. E’ l’agire sulla propria vita e sul proprio sentire profondo. E’ un modo per rallentare la fretta. Una società dominata dal culto dell’immagine ci illude di guadagnarci un posto al sole mostrando il nostro miglior sorriso oppure l’abito più elegante. Chi parla da solo non è disturbato e non disturba. Chi parla da solo esce dall’illusione di essere libero e non si preoccupa dell’essere guardato a vista. Quel parlare da solo è un modo per inventare e rinforzare la fedeltà a se stessi. Le parole di chi parla da solo hanno a cuore l’armonia del dialogo e in certi momenti divengono necessarie. Certe parole appena sussurrate e mai urlate, rimarcano l’autenticità e l’unicità di chi le esprime. Chi parla da solo potrebbe essere considerato strano, ma lui è ben consapevole che questa modalità interlocutoria non lo renderà mai estraneo.

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