LE RAGAZZE DI KIEV

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Alessandro Erasmo Costa

LE RAGAZZE DI KIEV – Quest’anno il mese di marzo, che dedichiamo alle donne, è stato stravolto dalla guerra in Ucraina.
Gli uomini combattono, ma anche le donne combattono, anche solo cercando di salvare la vita ai loro bambini.
Molti hanno celebrato il coraggio delle donne ucraine e moltissimi sono diventati grandi esperti di questo paese.
Io però, a Kiev e in Ucraina ci ho lavorato per 3 anni, nel primo grande progetto che la Mondimpresa di Claudio Leone, si era aggiudicata dall’Unione Europea.
Ho scritto due libri sulle donne, che ho incontrato in tutto il mondo: la grande vera forza silenziosa del genere umano.
Quando a Kiev selezionavo la squadra del nostro progetto, non avendolo mai fatto, ponevo ai candidati la stessa banale domanda: “Perché vuoi lavorare in questo progetto?”. Ricevevo le risposte più professionali, fino a quando Anna, mi rispose “Perché i miei nonni un giorno si scaldano e un giorno mangiano”.

Il mondo sovietico era appena crollato, e le pensioni dei vecchi si erano ridotti al niente.
Anna ha lavorato con me per 3 anni, e ha voluto accompagnarmi all’aeroporto quando sono tornato in Italia l’ultima volta. Il suo bacio d’addio me lo ricordo ancora, me lo porto con me e lo sento sulla mia guancia in questo terribile momento.
Andando in ufficio, mi fermavo a bere un caffè, sulla Crescatyk, il bel viale di Kiev, dove si passeggia.
Facevano -4/-5 gradi e attraverso il vetro del caffè guardavo una ragazza che aspettava l’autobus. Si è girata, ha visto che la guardavo, mi ha sorriso ed è entrata nel caffè. “Fa freddo, me lo offriresti un caffè?” Una ragazza molto alta, una ragazzona, con le mani che erano il doppio delle mie.

Mi ha domandato cosa facessi lì e se mi piaceva la città. Le ho risposto che amavo molto Kiev e le sue donne dolci e bellissime. Si è messa a ridere, poi ha visto arrivare l’autobus ed è uscita di corsa.
Il grande mercato coperto di Kiev si chiama Bessarabia, il nome di una delle antiche regioni dell’Impero Ottomano. Ci si vende tutto, dai prodotti alimentari, ai vestiti, alle ceramiche, a vecchi oggetti di ogni tipo. Faceva leggermente più caldo che fuori –anche se per me faceva sempre molto freddo – ma mi piaceva fare due passi là dentro. Un soldato dell’Armata Rossa vendeva il suo colbacco con la stellina rossa. E aveva anche in mano altre stelline rosse che offriva alle persone che passavano di lì.
L’immagine di un dramma, di una tragedia ormai compiuta, di un mondo crollato. Gli ho comprato tre stelline rosse e ho cercato di dirgli di conservare il colbacco nero, perché il passato non si può cancellare. Mi ha rivolto un sorriso triste e mi ha ringraziato mettendomi una mano sulla spalla; poi mi sono avviato a un banchetto che vendeva scatolette di caviale. L’anziana proprietaria ha lasciato alla ragazza che era con lei di farmi fare qualche assaggio.

Una ragazzina di vent’anni, infagottata in un enorme cappotto, molto più grande di lei. Era difficile staccare gli occhi dal suo viso, dal suo sorriso, anche se non parlava nessuna lingua che potessi capire. Il direttore della mia Agenzia di Sviluppo delle Piccole e Medie Imprese, mi è venuto a cercare dopo una mezz’oretta. Ha guardato la ragazza e poi ha
guardato me. “Alessandro, vuoi comprare il caviale, o vuoi continuare a guardarla tutta la mattina?”
L’ultima volta che ho frequentato Kiev è stato per un progetto di collaborazione tra l’Università Pathenope di Napoli, dove insegnavo, e l’Università di Economia di Kiev. Irina era allora soltanto una ragazza, una giovane sposa: oggi ha due magnifiche bambine e ha trovato rifugio con il marito in un paesino di frontiera. Irina mi faceva da assistente, durante tutto il lavoro all’Università, ma mi scarrozzava anche in giro per la città.

Ricordo le mie lezioni, in quella grande aula che assomigliava a quelle di anatomia, con il professore in basso e gli studenti seduti intorno ad anfiteatro. Ragazze e
ragazzi vivaci ed intelligenti che facevano a gara per intrattenersi con me alla fine delle lezioni. Ho ancora nelle orecchie il ticchettio degli alti tacchi degli stivali delle ragazze sul pavimento di legno del corridoio che portava alle aule.
Comunque mi colpiva sempre l’amore degli Ucraini per la letteratura e per la musica. Tutti erano in grado di citare la grande letteratura russa, e tutti andavano a sentire le opere italiane nella bellissima Opera di Kiev. Ci sono andato molte volte, anche quando gli spettatori erano solo un pugno di stranieri. Gli stipendi dei musicisti e dei cantanti si erano ridotti a zero con il crollo del sistema comunista, ed alcuni di noi, consulenti stranieri, abbiamo invitato a cena alcune volte il direttore d’orchestra, i primi violini, la soprano ed il tenore. Ottimi artisti di un mondo dove la musica, la grande musica classica conta moltissimo e a nessuno importava se autori, compositori e musicisti fossero russi, tedeschi o italiani. L’entrata all’Opera di Kiev costava l’equivalente di 10$ e le famiglie ci portavano anche i bambini più piccoli di 6/10 anni. Non volava una mosca perché in Ucraina la musica fa parte
della vita, anche dei bambini.

Certo, in quella Kiev fredda e miserabile, c’erano le prostitute, un gruppo di ragazze mi aspettavano fuori del piccolo albergo dove vivevo, perché costava poco e mi sentivo in famiglia con le persone che lo gestivano. Ragazze molto giovani per le quali una notte con uno straniero poteva rappresentare il pane per una settimana. Non riuscivo però a capire come potesse essere divertente il sesso con ragazze tristi ed affamate. Finivo per distribuire qualche biglietto da 10$, e una fetta di torta: ero diventato l’italiano col quale si poteva scambiare qualche parola in inglese. Le storie di vite difficili che combattevano la povertà: oggi molte di quelle ragazze stanno di nuovo combattendo per salvare la loro vita e quella di mariti e figli. Il professor Vitaly Oprisko, mio collega e amico durante il lavoro all’Università, mi ha condotto una volta in una delle bellissime chiese del monastero di Kiev, quello
delle cupole d’oro, che si affacciano sul Dnepr. Mi ha detto: “Quando usciamo da una chiesa accendiamo sempre due candele, una per coloro che sono ancora con noi, e una per coloro che non ci sono più.”

Spero che oggi per le Ucraine e Ucraini che non ci sono più, continueremo ad accendere candele, ma spero anche che continueremo ad aiutarli a difendersi dall’orrore che vivono, e che un giorno potrò tornare ad aiutarli a ricostruire e a combattere l’odio, che è sempre la sfida più grande.
Cara Anna, non so dove tu sia oggi, ma ho ancora sulla guancia il tuo bacio all’aeroporto di Kiev.

Alessandro Erasmo Costa

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