9 MAGGIO 1978 Aldo Moro, il dono di una testimonianza che cambia molte vite

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aldo moro - maggio 1978

9 MAGGIO cade oggi il 44esimo anniversario della tragica morte di Aldo Moro, per mano delle Brigate rosse, 55 lunghissimi giorni dopo il rapimento e l’eccidio degli uomini della scorta. La ricorrenza diventa occasione ogni volta o per ottemperare a una stanca liturgia, o per alimentare la fiorente e sempreverde letteratura sui misteri che la circondano. Ma l’unico esercizio utile, e rispettoso, credo invece sia quello di lavorare sulla straordinaria attualità del suo insegnamento e della sua esperienza, che è poi è l’unico modo per non rendere vano il suo sacrificio.

Ci aiuta da qualche tempo, in questa operazione, la messa in Rete dei suoi scritti da parte dall’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro, promossa dall’Università di Bologna e presieduta dallo storico Renato Moro, nipote dello statista. Possiamo così scoprire, ad esempio, che Moro scrisse delle cose molto belle e attuali sulla “utilità” della apparentemente “inutile” preghiera, nel maggio del 1939, da presidente della Fuci, rispondendo alle sollecitazioni che venivano anche allora dal Papa, Pio XII, di fronte all’esplosione dei conflitti che avrebbero portato di lì a pochi mesi allo scoppio della Seconda guerra  mondiale. La preghiera rappresenta un modo, scriveva, per andare al fondo del male che è in noi, che la guerra poi replica come a livello esponenziale.

E proprio Moro sembra indicarci l’unica via d’uscita che si può intravedere in questa situazione che attanaglia i nostri occhi e i nostri cuori ogni giorno di più: il ritorno al cosiddetto “spirito di Helsinki”, gli incontri del 1975 ai quali partecipò da presidente del Consiglio e presidente di turno della allora Comunità europea. A chi gli obiettava che in quella sede, per andare oltre la Guerra fredda e la logica dei blocchi ancora segnata dagli incontri di Jalta, si andavano a stringere accordi con l’Unione Sovietica che considerava ancora Stati a “sovranità limitata” i cosiddetti “Stati satelliti”, Moro replicò, come ho ricordato su Avvenire, che era necessario gettare un “seme”, perché Breznev sarebbe passato, mentre quel seme avrebbe portato frutti nel tempo. Quel che è accaduto 14 anni dopo lo sappiamo, con la caduta del Muro e la dissoluzione dell’impero sovietico, con il contributo decisivo di un Papa polacco.

Sappiamo purtroppo anche che il sogno di san Giovanni Paolo II di una Europa “a due polmoni” è appassito man mano nel tempo, fino alle immagini di questi giorni. Ma abbiamo potuto sperimentare quanto la buona volontà degli uomini e i segni provvidenziali del destino – si pensi alla misteriosa salvezza del Papa da un attentato portato a termine “a colpo sicuro” in piazza San Pietro – abbiano consentito di trasformare l’utopia in realtà, al netto dei passi indietro registrati in questo processo nell’ultimo decennio.

Occorre la preghiera quindi, e bisogna che gli uomini di buona volontà si diano da fare, a piccoli e grandi livelli, in parole e opere. Per riportare l’attenzione sulle vittime innocenti, per ripristinare la centralità della persona umana che è poi il cardine principale dell’insegnamento e della vita stessa dello statista pugliese: Moro era capace di arrivare in ritardo a una riunione del Consiglio dei ministri per parlare con l’ultimo dei suoi allievi. Per i quali avrebbe dato la vita, compresi coloro che la vita alla fine gliel’hanno tolta. Anche loro voleva incontrare, se solo avessero accettato di farlo. E anche a loro concede oggi una nuova possibilità, attraverso una legislazione penale che lui stesso ha voluto ispirata a criteri di umanità e volta al recupero del condannato. Lui che, lo insegnava ai suoi allievi, era contrario in linea di principio allo stesso ergastolo, in questo quadro costituzionale.

Sabato sera a Salerno si parlerà proprio di questo. L’incontro, dal titolo “Aldo Moro, una testimonianza viva”, è promosso dall’arcivescovo Andrea Bellandi, in collaborazione con il Centro culturale “Cara beltà”, e l’Istituto di studi politici San Pio V, che ha curato Un’azalea in via Fani (San Paolo, 2019), il mio libro sulla riconciliazione dopo la lotta armata.

C’è una foto, piuttosto famosa, che ritrae Aldo Moro nel parterre del Palalido, nel marzo del 1973, alla prima uscita pubblica degli universitari di Comunione e Liberazione. Un’altra foto, conservata nell’archivio fotografico di Cl, lo ritrae mentre lo affianca, sempre al Palalido, in quella stessa occasione, uno dei primi responsabili di Cl in Liguria, Carlo Campodonico, come per accompagnarlo a prendere posto in una posizione consona per un dirigente politico del suo livello, ma lui è lì per ascoltare, per capire, non per farsi notare o acquisire benemerenze, e quindi preferisce sedersi nelle retrovie, in modo anonimo, insieme ai militanti, e proprio questa foto è stata scelta per illustrare il convegno.

Sappiamo che la dicitura “Comunione e Liberazione” prende le mosse con l’uscita, fra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, di un volantino periodico della Statale cui si era dato quel titolo per iniziativa del compianto Pier Alberto Bertazzi. Ma Cl diventerà un movimento strutturato con quella sigla pian piano e di fatto proprio a partire da quell’incontro del 1973. Prima c’erano più che altro dei “raggi” di Gioventù studentesca in tutta Italia che continuavano a far riferimento a don Giussani. A Roma ce n’erano diversi. Uno faceva capo a Maria Pia Corbò, futura moglie di Rocco Buttiglione, mentre un altro al Liceo Virgilio, che ruotava intorno ad Andrea Riccardi, metteva le basi per quella che sarebbe diventata la Comunità di Sant’Egidio. Ma, come ha ricordato anche il cardinale Zuppi in una recente intervista a Tracce, c’era la caritativa a mettere in comunicazione queste esperienze, su Roma, unite dalla voglia comune di cambiare il mondo a partire dalle cose concrete, aiutando i più poveri nelle periferie e i loro piccoli col doposcuola. E, prima che Cl diventasse Cl e Sant’Egidio Sant’Egidio, fino al 1973  poteva capitare di ritrovarsi insieme a cantare, con i baraccati, e fra loro ce n’erano tanti che poi finiranno, fra il 1977 e il 1978, nel giro delle Brigate rosse. Marino Tedeschi suonava la chitarra e dopo 45 anni ha rincontrato Walter Di Cera, che per un breve periodo è finito nelle Brigate rosse, ma alla commissione Moro, qualche anno fa, ha spiegato di essersi fermato al momento di dover sparare a dei poliziotti, proprio per la sua formazione da ragazzo nel “raggio” che dentro di lui ha come ripreso il sopravvento. Saranno entrambi testimoni a Salerno, insieme a Gerardo Panico, un preside che proprio in quello stesso anno, il 1973, portò a Salerno l’esperienza di Cl che aveva appreso a Rovereto da don Roberto Marchesoni (sacerdote scomparso di recente) mentre a Trento, nella “culla” delle Brigate rosse, i suoi studi di seminarista si erano infranti proprio sull’onda della prospettiva rivoluzionaria.

Moro era interessato a quei fermenti che vedeva nei giovani presenti in università e accettò l’invito di don Lorenzo Cappelletti a quell’incontro del Palalido. Ma il suo interesse, la sua curiosità verso Cl, andò avanti. Lo ricordano alle prime messe della Comunità di Roma, che si tenevano proprio in Santa Maria in Trastevere, quartier generale di sant’Egidio. Lo si ricorda in prima fila sempre nel 1973, c’è una foto che lo ritrae raccolto in preghiera, all’ordinazione di don Tommaso Latronico, sacerdote lucano originario di Nova Siri, trasferitosi per un periodo a Roma, molto legato a Moro e scomparso prematuramente nel 1993.

Attraverso un contributo di Lucio Brunelli, che da studente insieme a Saverio Allevato mantenne un rapporto intenso con Moro, ricorderemo come nel 1975 fu proprio lui a chiedere al suo allievo prediletto, Franco Tritto, di entrare in lista con i Cattolici popolari, mentre l’ex deputato Nicodemo Oliverio, che frequentava le sue lezioni di diritto penale, racconterà di un rapporto che è continuato fino agli ultimi giorni, al punto di figurare, Moro, negli elenchi delle “decime”, contributo che versava stabilmente come segno di stima e di sostegno ai giovani di Cl.

Oltre che in presenza all’hotel Polo Nautico di Salerno, l’incontro, che sarà concluso dal presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, potrà essere seguito sabato, con inizio alle 17.45, attraverso il canale Youtube dell’Associazione italiana centri culturali.

Ilsussidiario

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