Torino, vive 525 giorni collegato a un cuore artificiale, trapiantato bimbo di 8 anni. Ora sta bene

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Una storia a lieto fine al Regina Margherita di Torino. Il piccolo è già stato dimesso. Il papà: «Voglio che tutti sappiano che c’è una possibilità. In Marocco mi avevano detto di riportare mio figlio a casa e aspettare che morisse, invece è rinato»

Ha aspettato un cuore nuovo per 525 giorni, quasi un anno e mezzo, dall’8 agosto 2019 al 26 gennaio 2021. Intanto, anche il mondo di Hicham, 8 anni, è stato sconvolto dalla pandemia. E nell’ospedale Regina Margherita di Torino, dove ha trascorso tutto questo tempo attaccato a un cuore artificiale, si è ritrovato lontano dai fratelli, con un solo genitore accanto, senza i giochi proposti da centinaia di volontari.

E adesso questo scricciolo di origine marocchina, finalmente con un cuore nuovo, non vede l’ora di mordere la vita, tornare a divertirsi con suo fratello e scoprire l’Italia, dove di fatto non ha mai vissuto. «Quando l’ho portato qui, perché stava male e in Marocco mi avevano detto che non c’era nulla da fare, siamo andati subito in ospedale», racconta il papà, Said Sabir, lavoratore di una cooperativa in un magazzino dell’azienda di spedizione Bartolini, a Genova, dove è arrivato nel 2006. La prima destinazione è il Gaslini. Lì i medici si rendono subito conto di quanto la situazione sia grave: Hachim ha una cardiomiopatia dilatativa, una malattia che nel tempo impedisce al cuore di funzionare e che si può curare soltanto con un trapianto. Il Gaslini non effettua questo intervento, così il piccolo è trasportato in elicottero al Regina Margherita, dove appena arrivato viene colpito da un arresto cardiaco.

L’attesa per un cuore nuovo inizia quel giorno, mentre per tutta la famiglia Sabir comincia una vita nuova a Torino, grazie anche all’associazione Amici bambini cardiopatici che gli ha offerto un appartamento vicino all’ospedale. «Il dottor Carlo Pace Napoleone, il cardiochirurgo che ha seguito mio figlio, mi ha detto che l’attesa poteva essere lunga, anche di due anni – confida ancora il padre -, ma noi non ci siamo persi d’animo. Dio è grande e se Hicham è ancora qui con noi lo dobbiamo a lui. Ma pensiamo anche alla famiglia del donatore che ha compiuto un grande gesto di solidarietà e permesso a un altro bambino di continuare a vivere». Lo dice mentre sta per ripartire per Genova con il resto della famiglia.

Il ricovero è finito e, restrizioni permettendo, Hicham può tornare a casa, nel suo nuovo Paese, l’Italia. E se Said non si tira indietro a raccontare e a inviare le fotografie del suo bimbo ancora magrissimo ma finalmente non più attaccato a un cuore artificiale è per dare speranza ad altri genitori. «Voglio – dice – che tutti sappiano che c’è una possibilità. In Marocco mi avevano detto di riportare mio figlio a casa e aspettare che morisse. Ora invece è rinato».

Torino.corriere.it

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