Di Souad Sbai
Lo scandalo sui fondi pubblici concessi a organizzazioni islamiche vicine ai Fratelli Musulmani riaccende in Germania un dibattito che da anni attraversa l’Europa. Inchieste giornalistiche, interrogazioni parlamentari e rapporti dell’intelligence hanno svelato come enti riconducibili all’islam politico abbiano beneficiato di stanziamenti federali, regionali ed europei, sollevando forti dubbi sull’efficacia dei controlli. Uno dei casi più discussi riguarda Berlino, dove un’ispezione della Corte dei conti cittadina ha rilevato irregolarità nell’assegnazione di oltre 15 milioni di euro. Le conclusioni dell’indagine hanno travolto la politica locale, portando alle dimissioni dell’assessora alla Cultura del Senato berlinese e imponendo una revisione dei criteri di selezione e monitoraggio dei beneficiari.
La vicenda ha rilanciato una questione più ampia, che mette in discussione la capacità delle istituzioni europee di monitorare l’effettiva identità dei destinatari del denaro pubblico. Secondo numerosi esperti di radicalizzazione, la sfida non è rappresentata solo dai gruppi apertamente estremisti, ma da organizzazioni che operano nella legalità come associazioni religiose o culturali, pur promuovendo un’agenda fondamentalista. Tra le voci più autorevoli c’è quella dell’antropologa Susanne Schröter, che da anni denuncia la strategia di influenza culturale e istituzionale dei Fratelli Musulmani nelle democrazie europee. Secondo la studiosa, molte sigle riconducibili alla Fratellanza si accreditano come interlocutori moderati proprio per ottenere risorse economiche e spazi di rappresentanza. Schröter ha criticato in particolare la sinistra e i Verdi ecologisti, colpevoli a suo dire di un approccio all’islamismo ammorbidito dalle retoriche del multiculturalismo e dell’inclusione. Una miopia che, secondo l’antropologa, non ha risparmiato nemmeno i passati governi di Angela Merkel, favorendo una progressiva legittimazione di questi attori.
