“LE VERITÀ NASCOSTE DEL DELITTO ATTANASIO”, UN LIBRO-INCHIESTA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO

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luca attanasio

“LE VERITÀ NASCOSTE DEL DELITTO ATTANASIO”, UN LIBRO-INCHIESTA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO – Il 22 febbraio del 2021 in Repubblica Democratica del Congo è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Intervista ad Antonella Napoli, giornalista e scrittrice, autrice del libro che ricostruisce la vicenda e l’indagine in corso tra Roma e Kinshasa.

Due anni dai tragici eventi di Goma. Un ambasciatore che muore nell’esercizio delle sue funzioni. Un carabiniere che sacrifica la vita per la sua difesa. Un autista congolese colpito dagli stessi proiettili. In libreria in questi giorni esce Le verità nascoste del delitto Attanasio, un libro inchiesta di Antonella Napoli, giornalista e scrittrice, direttrice della rivista Focus on Africa, membro dell’ufficio di presidenza di Articolo 21, che conosce da vicino il Congo e l’indagine in corso sulla morte, il 22 febbraio del 2021, di Luca Attanasio, ambasciatore italiano a Kinsahsa.

Antonella Napoli, cosa è successo il 22 febbraio 2021? È stata chiarita la dinamica dei fatti?

«Una verità accertata non c’è. Ci sono fatti, testimonianze e due procedimenti giudiziari in corso, a Roma e a Kinshasa. Il primo scenario e le dichiarazioni dei superstiti di quell’attacco hanno portato gli inquirenti a credere si sia trattato di un tentativo di sequestro finito male. Ma le indagini e i racconti dei ranger del parco Virunga e dei residenti del villaggio vicino al luogo dell’imboscata hanno fatto emergere una verità diversa: l’attacco era premeditato, non un episodio estemporaneo con un obiettivo a caso».

Come si lega la situazione sociopolitica della Repubblica Democratica del Congo alla morte di Luca Attanasio?

«La grande instabilità del Paese, in particolare nell’Est, e nello specifico del Nord Kivu, sono di fondo la causa della morte dell’ambasciatore Luca Attanasio. Chiunque abbia agito quel 22 febbraio del 2021 è stato favorito dall’assoluta mancanza di sicurezza nella zona e dall’inefficacia dell’azione sia delle forze armate congolesi che dei caschi blu della missione delle Nazioni Unite dispiegata in Congo».

Inchiesta italiana. Inchiesta congolese. A che punto è la ricerca dei colpevoli o di possibili mandanti?

«L’inchiesta italiana è ancora nella fase preliminare ed è centrata sulle omesse cautele che hanno determinato la mancanza di sicurezza per il convoglio del World Food Programme con il quale viaggiava l’ambasciatore Attanasio. Lo scorso novembre è stata avanzata dal pubblico ministero Sergio Colaiocco la richiesta di rinvio a giudizio per i due imputati, i funzionari del Wfp Rocco Leone e Mansour Rwagaza che si sono appellati all’immunità che il Giudice per l’udienza preliminare dovrà valutare se applicabile o meno al caso. In Congo, invece, il procedimento giudiziario è già arrivato alla fase processuale. Dallo scorso ottobre è infatti iniziato nel carcere militare di Ndolo a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, a sei imputati ritenuti i presunti membri del gruppo armato che avrebbe tentato di rapire l’ambasciatore e gli altri componenti del convoglio del World Food Programme. Il tribunale è certo della loro responsabilità perché i 5 arrestati, uno è in fuga, avevano confessato di essere gli autori di quell’attacco, ma gli stessi durante le udienze hanno negato tutto affermando che quelle confessioni erano state estorte sotto tortura».

Quale ruolo giocano in questa parte dell’Africa i contingenti ONU e le grandi organizzazioni umanitarie?

«La presenza dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo risale al 1999 con una missione di osservazione. Solo in un secondo momento l’ONU ha votato la risoluzione per un nuovo mandato: proteggere i civili e supportare il governo congolese nei suoi sforzi di consolidamento della pace e stabilizzazione del paese. La missione conta di circa 17.500 operativi, di cui oltre dodicimila truppe, provenienti soprattutto da Pakistan, India e Bangladesh, e quasi tremila civili. Inoltre, dopo aver assistito all’ennesima città del Congo caduta nelle mani dei ribelli con saccheggi e violenze contro la popolazione, nel 2014 le Nazioni Unite hanno autorizzato la creazione di una Intervention Brigade, una forza di intervento rapido che, al fine di neutralizzare i gruppi armati e ridurne la minaccia, può fare cose impensabili negli altri continenti, come prendere iniziativa in azioni di attacco o bombardare con aerei. Alla brigata risulta però difficile occuparsi di un terreno così vasto con luoghi difficilmente raggiungibili, per questo si coordina con l’esercito congolese che spesso ne suggerisce i bersagli. Sebbene il Consiglio di sicurezza continui a sostenere che le moderne missioni di mantenimento della pace operino esclusivamente a livello tattico, alcuni esperti concordano che i caschi blu si occupano anche del piano strategico, avvicinandosi sia alle missioni di antiterrorismo guidate dall’ONU che a quelle di applicazione della pace. Attualmente in tutto il Paese è presente un più che evidente clima di sentimento anti-ONU. Il contingente internazionale è accusato di essere inefficace nella lotta ai numerosi gruppi armati locali e stranieri che destabilizzano il paese da decine di anni, nonostante la missione sia dispiegata da più di due decenni e costi più di 1 miliardo di dollari l’anno. In particolare, sono state numerosissime le manifestazioni violente che dallo scorso 25 luglio hanno avuto come obiettivo le forze di pace. Diverso è l’atteggiamento verso le organizzazioni non governative, che sono fondamentali per il sostegno alle popolazioni in difficoltà, e gli aiuti umanitari».

L’Est del Congo – come gran parte del suolo del Paese africano – è ricchissimo di risorse naturali. Perché la popolazione locale non riceve nulla di questa ricchezza?

«In Congo uomini, donne e bambini lavorano senza sosta per estrarre dalle viscere della terra il coltan che è necessario per fare funzionare i nostri smartphone o il cobalto per costruire le batterie delle nostre auto elettriche e anche in questo caso un’inchiesta delle Nazioni Unite ha dimostrato che a causa della corruzione le ricchezze sono nelle mani di pochissimi e lasciano ai lavoratori solo le briciole. Basta pensare che l’80% di tutto ciò che viene estratto dalle risorse minerarie sotterranee viene esportato in altri continenti per ulteriori elaborazioni».

Lei ha conosciuto personalmente Luca Attanasio. Qual era la sua visione del Congo e dell’Africa?

«Luca Attanasio era un ambasciatore molto impegnato a favore della pace e per promuovere una narrazione diversa sul continente, che non fosse solo legata a guerre e crisi umanitarie. Aveva una grande passione per l’Africa. La amava. Non nascondeva la sua ferma contrarietà alle complicità dell’Occidente nel traffico dei minerali in cambio di armi. Luca aveva preso le distanze da queste complicità, forse anche per quello era molto amato dai missionari che da anni vivono in Congo».

Qual è l’eredità dell’ambasciatore che deve rimanere come patrimonio di tutti gli italiani e anche dei congolesi?

«Luca non è morto invano. La sua morte ha acceso una luce su 7 milioni di morti anonimi di una guerra finalizzata all’esproprio delle infinite risorse del Congo. L’eredità che come ambasciatore ci lascia e che è già un patrimonio di tutti gli italiani e anche dei congolesi è il suo esempio di uomo “giusto” che ha mostrato al mondo come la diplomazia possa essere un valore aggiunto per le popolazioni locali e non solo per i cittadini della nazionalità che rappresenta».

Lei è stata con il Papa a Kinshasa. Francesco ha definito Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo “seminatori di speranza” e il loro sacrificio – ha ribadito, “non andrà perduto”. Quale ricaduta avranno a breve e lungo termine la presenza e le parole dette alle folle e anche ai responsabili del Congo a vario livello?

«Questo viaggio africano di Francesco è stato straordinario, che non ha lasciato spazio a stereotipi di alcun genere: né eurocentrici, per cui l’Africa sarebbe una discarica di materie prime da sfruttare, né terzomondisti, per cui le colpe del disastro africano sarebbero solo occidentali. Piuttosto c’è stata la chiamata agli africani ad essere protagonisti del loro futuro e agli europei ad uscire dalla cultura della fortezza assediata: priva di forza lavoro e di materie prime provenienti dal continente africano l’Occidente non va da nessuna parte. Spiace che la portata geopolitica di questo viaggio apostolico, ovvero le prospettive di pluralismo che potrebbero fare del Mediterraneo un mare di incontro e composizione piuttosto che di asfittici interessi nazionalistici e l’illusione di potersi rinchiudere nelle proprie zone comfort, non sia stata colta. E non escludo, volutamente ignorata».

famigliacristiana

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