Il terrorismo colpisce ancora l’Algeria

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La decapitazione di Hervé Gourdel, ostaggio francese nelle mani di Isis in Algeria non deve stupire. Non perché la morte, quell’orrenda morte, siano da prendere con leggerezza, anzi. E’ la storia, per chi ha il coraggio e l’onestà intellettuale di immergersi nelle more del suo svolgimento, a dirci che l’Algeria è il Paese che più di tutti ha vissuto, e oggi vive sotto altra forma, l’integralismo di matrice islamica e il terrorismo; gli anni ’90 hanno visto gole tagliate e teste mozzate nella sola Algeria più di quante mai ne potremo vedere in tutto il mondo in dieci vite.

Fra i massacri dei terroristi del FIS e quelli dell’esercito regolare, che si sono ben divisi la responsabilità dell’eccidio di una nazione, si sono contati oltre 380mila caduti, fra cui donne, bambini e anziani. Da Sidi Bouzid a Bentalha, due dei massacri più cruenti e ignobili di quel decennio di sangue e orrore, la storia racconta di donne stuprate, disabili appesi alle porte e anziani mutilati. Solo per instillare il terrore e la paura in quella generazione e in quelle che oggi vivono in Algeria.

L’elogio della vigliaccheria, con cui si uccidono innocenti inermi e indifesi, inginocchiati e senza armi: questo è stato ed è ancora l’estremismo non solo di ISIS e di Al Qaeda, la cui differenza è ben sottile, ma anche di quei carnefici che oggi guardano, magari da una poltrona parlamentare ad Algeri, il terrorismo che si prende il bottino della caccia grossa. Un ostaggio, un turista che salva i suoi compagni e si fa ammazzare essendo ben conscio che la sua fine, in mano ad un gruppo di bestie assetate di sangue, sarà solo quella.

Odio, jihad, salafismo, wahabismo estremo. Tutto concorre alla creazione di questa internazionale del terrore che per spaventare davvero l’Europa riparte proprio da dove tutto era iniziato e dove stranamente la primavera araba non era mai arrivata. Certo, non poteva mai arrivare dove da sempre essa è permanente nelle istituzioni, che vedono al loro interno personaggi legati a quei fatti di sangue, e dove l’unico passaggio possibile era il salto verso il comando totale da parte dell’estremismo, che finora ha ben goduto della protezione di Bouteflika.

Timoroso che assieme ai crimini, alle stragi mai raccontate degli islamisti, venissero fuori anche quelle dell’esercito, che a Bentalha era comodamente appostato fuori mentre i terroristi massacravano chiunque capitasse a tiro, buttando giù porte e sgozzando senza soluzione di continuità. L’intervento arrivò solo per la fredda “conta dei morti”. Le “Ombre di Algeri”, l’ho scritto un anno fa, non si sono mai diradate e continuano ad aleggiare su un Paese sotto ricatto, costretto a vivere di un ricordo orribile, fatto di sangue e del tradimento della vita umana, dilaniata e devastata.

Dunque può sorprendere che il terrorismo in Algeria decapiti un uomo innocente per piantare un’altra bandierina sulla costa sud del Mediterraneo? Quando a Tibhrine, nel 1996, otto monaci vennero rapiti, portati in una foresta e barbaramente decapitati da un gruppo di terroristi del FIS chi parlò? Chi si stracciò le vesti? Quel dramma, su cui il governo algerino mai ha voluto fare chiarezza, è il dramma di oggi, in cui l’estremismo riparte dalla sua base prediletta, quell’Algeria che diede i natali alle organizzazioni terroristiche che oggi conosciamo, in quella notte che vide la nascita della versione moderna della Jamaa al Islamiya, composta di tutte le organizzazioni presenti in quel momento. E che oggi sono le sigle che tanto spaventano i Soloni dalla memoria corta.

La “manifestazione bianca” prevista ad Algeri per Hervé Gourdel è il triste e macabro ricordo di quelle piazze algerine dilaniate dalle bombe negli anni ’90, in cui giovani donne con i capelli al vento e coraggiosi ragazzi con gli occhi pieni di vita gridavano: “Non ucciderete mai l’Algeria, viva l’Algeria!”. Gourdel, con la sua morte tanto eroica quanto assurda, ha ripercorso le loro orme e quelle del giornalista Tahar Djaout, che prima di venire trucidato ad Algeri il 2 Giugno 1993 aveva scritto: “Se parli muori, se non parli muori. Allora parla e muori”.

Di Souad Sbai per L’Opinione delle Libertà

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