Prendiamone atto: la Nazione è morta

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di maio

Oltre mille clandestini arrivati in diciotto ore a Lampedusa, mentre i libici sparano da una motovedetta che era stata regalata loro dall’Italia contro i nostri pescatori ferendone il comandante.

Due episodi che se non fossero i rantoli di una nazione in agonia sarebbero solo grotteschi intermezzi da “Scherzi a parte”.

È questo il risultato di un fatiscente Stato, che non solo non ha uno straccio di autonomia economica, ma è stato defraudato dal 1945 ad oggi della minima sovranità strategica.

C’è un intellettuale intelligente e onesto che merita di ascoltare con attenzione e spregiudicatezza: intendo Carlo Galli, filosofo della politica e già parlamentare per la sinistra. Gli appunti che vado a riferire non sono farina del mio sacco, ma spunti forniti dall’illustre analista politico.

La Sovranità è il concetto fondante del pensiero politico perché rappresenta il popolo e dallo stesso viene definita. Essa si fonda su due dispositivi fondamentali: il riconoscimento della conflittualità e quello delle differenze. Ciò non significa rancore ostile né odio bellicoso e neppure sentimento di superiorità, ma semplicemente la definizione della propria identità.

Essendo una “condizione esistenziale”, ha a che fare con la vita, con la stessa idea di ordine giuridico e politico di una nazione, e quindi con la tutela dei suoi confini, con il rispetto delle sue istituzioni, con la potenza che diventa azione e con la volontà della propria affermazione. Credo, come si suol dire aldilà di ogni ragionevole dubbio, che nessuno dei quattro indicatori elencati si possano trovare nel comportamento del nostro Stato.

La difesa del territorio ce la sogniamo, le istituzioni – giustamente – vengono ridicolizzate, l’autorità decisionista è introvabile, della determinazione alla rispettabilità del proprio onore è meglio non parlarne.

Tanto tempo fa uno disse: “Una vita che non faccia di cotali ricerche (di sé e della virtù) non è degna di essere vissuta”. Non era Joseph Goebbels, non era Alfred Rosenberg, non era Heinrich Himmler: era il mite e chiacchierone Socrate (Platone, Apologia di Socrate, Laterza, Roma-Bari 1996, cap. XXVIII, 38°, p. 55).

Parafrasando il celebre filosofo, si può ben dire che uno Stato che non rappresenti un popolo, una nazione e un destino non è degno di chiamarsi tale.

Di Adriano Segatori

 

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