LA NOSTRA IDENTITÀ GARANZIA DI FUTURO di Giorgia Meloni

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LA NOSTRA IDENTITÀ GARANZIA DI FUTURO di Giorgia Meloni

……….   Un caso di scuola è Molenbeek, il quartiere “no-go zone” di Bruxelles: fucina di radicalizzati e combattenti dell’Isis, da qui sono partiti i terroristi che hanno colpito e sterminato al teatro Bataclan di Parigi e hanno attaccato lo stesso aeroporto della capitale belga. Come si è arrivati a questo? Grazie ad un patto che alla fine degli anni ‘60 Re Baldovino strinse con l’Arabia Saudita per la fornitura di petrolio a buon mercato.
L’”appalto” di ritorno? L’esclusiva sul proselitismo a Bruxelles, a partire dalla costruzione della Grande Moschea in uno spazio concesso per novantanove anni dal governo belga. Questo ha generato nel tempo
legami sempre più stretti dei membri della comunità con i predicatori salafiti e un vero e proprio percorso di indottrinamento fanatista per i più giovani che, dopo essersi formati o essersi convertiti, hanno ingrossato le file dei foreign fighters per la Siria e l’Iraq al servizio dei gruppi jihadisti. E dove si
troverà mai l’edificio religioso, vero hub del fondamentalismo? Nel Parco del Cinquantenario, ironia della sorte a due passi dal Palazzo Schuman, il cuore politico dell’Unione Europea…

A questo punto è più che lecito chiedersi se tale processo di islamizzazione sia davvero inevitabile. I dati ufficiali indicano che l’Europa è un continente che in termini demografici sta morendo. Il tasso di fertilità è dell’1,3 figli per donna, quando quello minimo per scongiurare la decrescita di una data
popolazione è di 2,1. Un calo demografico, dunque, che in modo semplicistico e propagandistico viene dato come ineluttabile, irreversibile e che, di conseguenza, apre alle tesi che propongono soluzioni grottesche e pericolose secondo le quali – cito testualmente Emma Bonino, l’aedo dell’immigrazionismo – occorrerebbe coltivare «il giardino d’infanzia», quell’Africa che abbiamo «a 300 chilometri sotto di noi mentre l’Europa è segnata dal declino demografico».
Deliri propagandistici a parte, sempre le statistiche – come abbiamo indicato prima – spiegano che i cittadini islamici presenti in Europa hanno un tasso di fertilità più alto dei non musulmani. L’elemento in più è che questo risulta comunque abbastanza basso, trattandosi di 2,6. Che cosa significa? Che da solo sarebbe insufficiente a determinare un processo di islamizzazione dipendente interamente dalla natalità. O almeno ci vorrebbero centinaia di anni. Qualcosa in più del «futuro» immaginato da
Houellebecq. O dalle parole grosse del presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha incitato i musulmani nel continente a fare figli: «Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell’Europa. Questa sarà la migliore risposta all’ingiustizia che vi è stata fatta». Al di là del fascino di alcuni concetti, insomma, i numeri dicono che la realtà, almeno fino ad ora, è diversa.
Lo è per un motivo semplice: perché gli immigrati che arrivano in Occidente assumono velocemente diverse abitudini occidentali, inclusa la tendenza al mettere al mondo un numero minore di figli. Ciò non significa che ci stiamo preoccupando per nulla. Esattamente il contrario. Sempre i
dati illustrano altri due scenari a proposito della questione immigrazione.
Quando si analizza quella legale, ad esempio, risulta che se le Nazioni europee fossero interessate solo da questa – essendo equilibrata tra musulmana e non – non ci sarebbe un processo pervasivo di islamizzazione dell’Europa (il 46% dei migranti regolari è di religione islamica). I numeri però
ci dicono anche un’altra cosa: che per quanto riguarda l’immigrazione illegale, invece, questa negli ultimi anni è stata in gran parte di origine islamica (il 78% dei richiedenti asilo è composto da musulmani). Eppure i cristiani sono la prima minoranza religiosa perseguita nel mondo (sono circa 245 milioni): sarebbe legittimo, quindi,aspettarsi un numero consistente di rifugiati cristiani giungere in Europa. Che cosa comporta, invece, l’attuale situazione? Che se il trend dovesse proseguire come è stato in questa stagione, nell’arco di poco più di un secolo la popolazione islamica supererà quella non islamica. Il futuro, dunque, semplicemente non sarà più un problema nostro perché non ne faremo quasi più parte.

Dopo questa lunga ma necessaria premessa, che fare dunque? Come pensiamo di governare questo enorme fenomeno storico? Alla luce di un quadro complesso e con “agenti provocatori” presenti sia nel deep state italiano che nei network globalisti, le politiche e la visione di chi vuole difendere l’identità millenaria europea, per ciò che ci riguarda, sono molto chiare. Per Fratelli d’Italia, come abbiamo sempre ripetuto, prima di ogni altra cosa è necessario stringersi attorno all’unica cosa che può assicurare il futuro: i nostri figli. Ossia alle politiche di incentivo alla natalità e di sostegno
alla famiglia naturale. È uno scandalo – rivelatore di una visione distorta della sua funzione politica e della distanza con le istanze reali dei popoli – che tra tutte le priorità indicate dall’UE non sia mai entrata la questione della promozione della natalità.
Per noi invece questo è stato il primo punto del programma con cui ci siamo proposti agli italiani alle elezioni Politiche. Altri hanno presentato provvedimenti come il reddito di cittadinanza e Quota 100: temi probabilmente più spendibili in campagna elettorale, ma noi siamo fatti così, guardiamo sempre e comunque ai grandi fenomeni che interessano la nostra Nazione. Non ci siamo preoccupati, tutt’altro, di porre questo a fondamento e orientamento della nostra azione politica. Lo abbiamo fatto
con una proposta più che concreta, opposta e contraria all’assistenzialismo, come il reddito di infanzia: un assegno mensile importante per i figli dai zero a sei anni (e poi un sostegno fino ai diciotto anni) con cui lo Stato potrebbe dimostrare fattivamente la volontà di voler investire sul proprio futuro.
A questo punto, però, non intendo di certo eludere un’osservazione sensata: sempre i numeri ci dicono che l’Europa può aver bisogno effettivamente di una quota di immigrazione. Vero, lo richiedono lo sviluppo industriale, le nuove esigenze sociali (cresce comunque il numero degli anziani) ma anche un dato che fa parte del nostro milieu, visto che il nostro continente è stato sempre crocevia di incontri e scambi fra culture.
Questo vuol dire, però, che occorre parlare di immigrazione e affrontare il fenomeno in modo serio, a partire dal consentire l’ingresso solo per via legale, sì da poter gestire sia la quantità che la specificità, la qualità, dell’immigrazione in entrata.
Sotto questo aspetto i dati smontano la narrazione ufficiale: se, come si dice, il problema principale dell’Europa è quello demografico, significa allora che si rende necessario l’ingresso specifico di donne e di nuclei familiari. E invece la maggior parte degli ingressi è appannaggio di uomini che arrivano da soli. Con una battuta, potremmo dire che quando nell’antichità i romani si trovarono ad affrontare un problema demografico finì con il celebre “ratto delle Sabine”. Se avessero compiuto il “ratto dei
Sabini” sarebbero stati certamente all’avanguardia per i loro tempi ma si sarebbero inevitabilmente estinti.
Con questo che cosa intendo? Semplice: che, come dimostrano le stime ufficiali del Viminale, nel periodo degli sbarchi massicci – fra il 2012 e il 2017, con una percentuale bassissima di profughi veri – circa il 90% erano composto da uomini. Anche sotto l’aspetto demografico, dunque, possiamo parlare di una truffa a tutti gli effetti.

C’è un aspetto, a tal proposito, sul quale le proposte di Fratelli d’Italia hanno sollevato ulteriore e grande polemica. Quando abbiamo parlato – proprio per venire incontro alle necessità di una quota di arrivi fisiologica – di immigrazione “compatibile”. Che cosa intendiamo? Diciamo, intanto, che la categoria dell’immigrato non esiste. O meglio non è per nulla neutra: non si può immaginare, cioè, che sia indifferente la provenienza e la cultura di riferimento di chi arriva in Europa; che sia indifferente se abbiamo davanti un’immigrazione di massa sudamericana o nigeriana. E allora, se è necessaria una certa quota di immigrazione, noi non abbiamo mai avuto alcun problema a chiedere di favorire chi ha origini italiane ed europee.
Si stima che nel mondo ci siano decine di milioni di nostri connazionali che non hanno la cittadinanza italiana, pur avendone diritto. Se l’Italia ha bisogno di immigrazione la cosa più sensata è favorire allora proprio l’arrivo di chi ha le nostre stesse origini. L’esempio banale è il caso Venezuela: più
di 20 milioni di abitanti di cui due milioni sono di origine italiana. Nello stato sudamericano vige il caos e in tanti soffrono la fame e le persecuzioni da parte del regime comunista di Maduro. Perché allora non prendere gli immigrati che dovessero servirci da lì? Lo stesso dovrebbe valere su scala continentale: favorire, quando necessario, l’immigrazione di origine europea e, in seconda battuta, un’immigrazione proveniente da Stati che hanno dimostrato di non creare problemi di integrazione o di sicurezza.
Insomma, non proviamo alcun imbarazzo a dire, grazie anche alle parole importanti del cardinale Biffi pronunciate con grande coraggio quasi vent’anni fa, che dovremmo caldeggiare l’accoglienza di popolazioni di origine cristiana: «Preferire i cristiani», spiegava il cardinale, perché «i musulmani più o meno dichiaratamente, vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro». I motivi li abbiamo spiegati abbondantemente in questo dossier ma ancora grazie a Biffi ripercorriamo le tracce: «Hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere, di diventare preponderanti».
Tutte tensioni, provenienti soprattutto dall’Islam fondamentalista e intimamente anti-occidentale, che sono state dibattute con grande scrupolosità su queste pagine. Eppure i governanti europei rimangono
sostanzialmente sordi e ciechi dinanzi a segnali così evidenti. Non a caso il cardinale temeva con grande lungimiranza e attualità, ancora di più dell’invasione, «la straordinaria imprevidenza dei responsabili della nostra vita pubblica» e «l’ inconsistenza dei nostri opinionisti».
Gli stessi che si scandalizzano e alzano gli scudi davanti alle nostre proposte.

Perché, la domanda è pertinente, lo fanno? Perché il disegno globalista ha come primo obiettivo quello di distruggere le identità. Un’immigrazione di massa che non scardina l’identità non è più funzionale a questa dinamica. Prendiamo il caso della Polonia, governata dai sovranisti. L’UE ha attaccato la Polonia perché rifiuta di prendersi quote di immigrati arrivati in Europa provenienti dall’Africa e dal Medioriente. I polacchi hanno risposto: abbiamo dato ospitalità ad un milione di ucraini. Lì c’è una guerra civile e ci sono, davvero, migliaia di persone che scappano dal conflitto, di certo più di molti africani. La risposta qual è stata? «Non contano». Già, sono europei. Il problema della Polonia dunque non è che non accoglie rifugiati, ma è che trattandosi di europei, cristiani, assimilabili tranquillamente allo stile di vita dei polacchi, quelli che vengono accolti non sono funzionali all’opera di destrutturazione. Ed è lo stesso motivo per il quale i buonisti che hanno sempre una parola buona per chiunque, non dicono nulla sul Venezuela e i suoi perseguitati: già, non sentiremo mai gli immigrazionisti part-time spendere una parola nemmeno per loro.
Alla fine tutto ruota attorno alla nostra identità: elemento vivificante e distintivo. Per questo Inserire un richiamo alle nostre radici classiche e cristiane come cornice e paradigma nei trattati dell’Unione Europea risulta un atto di affermazione necessario e fondamentale, non solo per dare un’anima all’architettura comunitaria ma anche per fornire uno schermo di protezione contro tutti i tentativi di colpire dall’esterno (o svuotare dall’interno) l’impianto della civiltà europea, il suo diritto al futuro. «Non si recidono le radici sulle quali si è cresciuti», esortava non a caso un gigante della storia
come Giovanni Paolo II a proposito del sostrato d’Europa. Da sradicati a sottomessi, infatti, il passo è più breve di ciò che si pensi.

Giorgia Meloni

da Report islamizzazione 2019

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