Turchia: così muore Deniz, vittima del fuoco nazionalista alimentato da Erdogan

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Turchia: così muore Deniz, vittima del fuoco nazionalista alimentato da Erdogan – “Odio il Pkk, ho sparato a caso” dice il killer, esponente dei Lupi Grigi che ha colpito nella sede del partito filocurdo Hdp a Izmir. Deniz Poyraz aveva ventidue anni e si trovava lì per caso, sostituiva la madre ammalata nei servizi di cucina e di pulizia della sede del Partito democratico dei popoli (HDP) di Izmir; è l’ennesima vittima di una campagna d’odio e di criminalizzazione contro la terza maggiore forza politica del paeseSequestrata e freddata con tre colpdi pistola dall’ultranazionalista Onur Gencer, di circa30 anni, un militante esponente dell’organizzazione di estrema destra panturanica dei Lupi Grigi, che aveva fatto irruzione alle 10:30 di venerdì 17 giugno nella sede del partito nel centralissimo quartiere di Çankaya, nella città della Turchia occidentale sulla costa dell’Egeo.

Onur Gencer, si era introdotto nel secondo piano dell’edificio per compiere una strage dal momento che, come afferma il presidente del partito di sinistra libertaria e filocurda, Mithat Sancar, quella mattina si sarebbe dovuta tenere una riunione pubblicamente annunciata di quaranta dirigenti provinciali dell’HDP che, fortunatamente, per motivi organizzativi era stata annullata e rinviata all’ultimo momento. Gencer, che appariva molto agitato, dopo essersi introdotto nell’edificio si è messo a cercare la sala della riunione, ma a quell’ora non ha trovato nessuno; c’era solo la giovane Deniz che era giunta da poco per sostituire quel giorno la sua mamma ammalata, una dipendente del partito. L’uomo, armato di pistola, ha prima sparato a caso contro le porte chiuse della sala riunione e poi ha rivolto l’arma contro Deniz, raggiunta da tre proiettili e subito dopo ha tentato di dare alle fiamme gli uffici del partito.

Gencer ha anche sparato proiettili in strada da una finestraseminando il terrore.

La madre di Deniz, Fehime, appresa la notizia, ha raggiunto la sede del partito, ma la polizia non le ha permesso di vedere sua figlia, si è seduta di fronte all’edificio sotto un poster improvvisato della ragazza attorniata da una grande folla che le offriva le condoglianze. Aveva dato il nome “Deniz” a sua figlia in ricordo di Deniz Gezmiş, un leader del movimento studentesco marxista-leninista degli anni ’60 condannato a morte per impiccagione nel 1972, vittima della repressione post golpe del 1971.

La prima dichiarazione dell’aggressore appena arrestato è stata questa: “Non sono affiliato ad alcuna organizzazione. Sono entrato nel palazzo perché odio il PKK e ho sparato a caso”L’aggressore ha fatto riferimento al fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), il gruppo armato curdo presente nella lista del terrorismo internazionale non solo in Turchia, ma anche negli USA e nell’Unione europea. È da tempo infatti che nel paese è in corso una martellante campagna mediatica di criminalizzazione contro il Partito democratico dei popoli che viene accostato al terrorismo curdo.

Questo terribile attacco in un primo momento ha ricordato a diversi osservatori in Turchia quello di Mehmet Ali Ağca, l’attentatore del Papa in piazza San Pietro nel 1981. Ağca, anche lui un militante ultranazionalista dei Lupi Grigi, nel 1979 uccise il giornalista Abdi İpekçi e quando fu catturato si espresse nello stesso modo: “Non sono affiliato ad alcuna organizzazione, sono un terrorista indipendente”.

L’elevata tensione in politica nel paese rischia di causare spargimenti di sangue come nei decenni passati. L’attacco a Izmir arriva mentre la repressione del governo contro l’HDP si sta intensificandonon solo sui media, ma anche nei tribunali. Il 21 giugno la Corte Costituzionale esaminerà per la seconda volta dall’inizio dell’anno la richiesta della messa al bando dell’HDP, accusato di avere legami con il fuorilegge PKK, e quella dell’interdizione di 451 suoi membri dall’esercizio dell’attività politica.

L’Alta Corte già nell’aprile scorso aveva respinto tale causa intentata dal procuratore capo di Istanbulchiedendo che fosse fornita una più adeguata documentazione.

Da quando è stato fondato, nell’ottobre del 2012, l’HDP ha rappresentato per l’AKP un elevato fattore di rischio per il raggiungimento della maggioranza assoluta in Parlamento nelle elezioni che si sono d’allora susseguite. Per questo il partito filocurdo ha visto decimare la sua classe dirigente con un giro di vite impressionante:sono stati defenestrati oltre cento sindaci, molti dei quali finiti dietro le sbarre assieme a circa ventimila tra dirigenti e militanti e a 14 parlamentari.

Era dal periodo post golpe del 1980 e dai primi anni Novanta che non si assisteva ad una simile repressione contro le organizzazioni e i partiti del movimento curdo, quando si adottò uno stato di emergenza destinato a durare quasi ininterrottamente nel tempo nelle province del sudest anatolico e militanti e intellettuali curdi riempivano le galere e ingrossavano le file dei desaparecidos.

L’HDP ha 55 seggi nel parlamento su 600 deputati e nega qualsiasi legame con il PKK. Secondo l’accusa, l’HDP sarebbe il braccio politico del partito armato PKK“Non c’è differenza tra HDP e PKK”, è scritto nella richiesta di scioglimento del Procuratore capo della Corte suprema, Bekir Şahin dopo che il leader dell’estrema destra Devlet Bahçeli, prezioso alleato del presidente Erdoğan, aveva lanciato un messaggio chiaro alla magistratura per meglio orientarla nella decisione: “L’HDP è un’organizzazione criminale con una veste politica; la sua chiusura è un dovere d’onore per la storia, la nazione, la giustizia e le generazioni future e non dovrà essere più possibile una sua riapertura sotto un altro nome”, aveva detto Bahçeli.

Sembra la versione moderna del sogno antico dei primordi della Repubblica di una “Turchia senza curdi”. In realtà tale concezione andrebbe estesa a tutte le minoranze. La prima Costituzione repubblicana del 1924 (Teşkilat-i Esasiye Kanunu) stabilì che si era “Turchi”, senza distinzione di religione e di razza, “in considerazione della comunanza di patria” (articolo 88). In verità, il fattore religioso avrebbe continuato a costituire l’aspetto fondamentale nella questione delle minoranze in tutta l’area vicino orientale. Le minoranze, specialmente quelle escluse dal Trattato di Losanna (24 luglio 1923), si videro, così, bandite e negate, costrette a celare la propria identità non turchizzata, la propria lingua nelle scuole, nei media e, più in generale, nelle istituzioni pubbliche. Tutte le minoranze furono sottoposte a politiche di omogeneizzazione imposte dall’alto: del gruppo turcofono dominante, tutte le popolazioni anatoliche avrebbero dovuto adottare la lingua, la cultura, la religione, ecc. In questo senso, i testi scolastici sono impostati tuttora nel senso di proporre gli stereotipi negativi relativi alle minoranze, in maniera fortemente discriminatoria.

Si tende ad azzerare le differenze nel nome di una forte turchizzazione e sunnizzazione con le parole d’ordine del Tekçılık, e cioè del Tek Devlet (un solo stato); Tek Vatan (una sola patria); Tek Millet (una sola nazione); Tek Bayrak (una sola bandiera). Sono questi i quattro principi cardine ispiratori del nazionalismo turco che sono stati ripresi dal presidente Erdoğan che ha iniziato la sua carriera politica da conservatore con un’identità islamista, ma che negli ultimi anni, con l’obiettivo di ottenere il consenso della destra del MHP, utilizza un registro retorico fortemente nazionalista. Erdoğan sembrava aver lanciato un velato “ordine di attaccare” l’opposizionegià tre settimane fa quando, in merito all’aggressione subita a Rize da Meral Akşener, la leader dell’İYİ Parti (Partito buono), di opposizione di destra, disse che le “era stata data una buona lezione”. Il messaggio era rivolto ai suoi sostenitori che sono pronti a morire per lui.

Il leader turco aveva già visto cadere il suo partito quando nel 2019 fu sconfitto in tutti i grandi centri urbani del paese che producono i due terzi del prodotto nazionale lordo della Turchia. E ora sa che un’opposizione, se unita, è in grado di sconfiggerlo perché ha almeno tre carte potenzialmente vincenti nelle mani. Sa infatti che è stato scavalcato nei sondaggi da tre possibili candidati alle prossime presidenziali. Se si votasse ora la maggioranza dei consensi andrebbe al sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu o a quello di Ankara Mansur Yavaş oppure alla leader dell’İYİ Parti, Meral Akşener. 

L’HDP è diventato sempre più un partito chiave nel quadro politico del paese. La presenza di questa forza in Parlamento impedisce a Erdoğan di avere la maggioranza necessaria per conservare il suo potere. Il leader turco vede mese dopo mese i suoi consensi diminuire e, come è noto, dal 2018 non ha la maggioranza assoluta e dunque ha bisogno del suo prezioso alleato di estrema destra al quale ha offerto su un piatto d’argento la testa dell’HDP. L’alleanza del presidente turco col nazionalismo estremo non permette alcun avvicinamento al partito filocurdo e dunque non gli resta che tenerlo lontano dagli altri partiti dopposizionecriminalizzandolo, isolandolo fino a bandirlo dalla vita politica. Ma molto probabilmente chiudere l’HDP non basterà a salvare Erdoğan. Perché perderebbe anche il voto curdo conservatore del sudest anatolico e senza questi consensi le elezioni in Turchia non si vincono.

Per arrestare l’emorragia di consensi non gli resta dunque che alimentare il fuoco del nazionalismo estremo, provocando il caos per giustificare una dura politica securitaria. Il leader turco pensa di riconquistare così l’elettorato creando un clima di violenta polarizzazione come fece nel 2015, quando perse la maggioranza assoluta in Parlamento. Allora non fu disposto a condividere il potere con altre forze politiche e costrinse il paese a nuove elezioni nel novembre di quello stesso anno. Quel voto si svolse col sudest anatolico a maggioranza curda messo a ferro e a fuoco, in stato d’emergenza e sotto coprifuoco. Il risultato fu che l’AKP sfiorò il 50% di consensi e Erdoğan riconquistò la sua maggioranza. Ora sembra che il leader turco voglia giocare la stessa carta.

L’attacco all’edificio dell’HDP a Izmir ha dimostrato ancora una volta che esistono nel paese gruppi di militanti di estrema destra ultranazionalisti, armati, addestratiall’uso di armi da guerra che godono di impunità e protezione da parte delle autorità, come avveniva negli anni Novanta. Il presidente turco sa che corre un elevato rischio di uscire sconfittodalle urne e per questosembra disposto a rischiare tutto pur di non perdere il controllo del paese. Dal suo account su Instagram, l’attentatore Onur Gencer si mostra in foto mentre imbraccia un M-16, un fucile automatico da combattimento e in altre foto è ripreso mentre è in addestramento in Siria mostrando con la mano il simbolo dei Lupi Grigi. Gencer sostiene nei suoi post che all’inizio del 2020 aveva prestato servizio come tecnico medico di soccorso nella regione curda di Manbij nel nordovest della Siria, come paramilitare, nelle file delle Forze armate turche (TSK) e delle milizie alleate della Turchia dell’Esercito siriano libero (FSA).

Diversi osservatori sostengono che in Siria, così come in Libia, si siano trasferiti, arruolandosi nelle forze paramilitari, diversi esponenti dell’estrema destra nazionalista turca, come il movimento dei Lupi Grigi. Ciò segnalerebbe qualcosa di inquietante. Potrebbe emergere una tremenda verità e cioè che centinaia di civili come Onur Gencer esponenti di movimenti ultranazionalisti, panturanici, che si sono addestrati in Siria e in Libia come proxi, sarebbero ora pronti ad operare al servizio dell’alleanza AKP-MHP al potere del paese per intimorire l’opposizione.

Non vi è stata alcuna dichiarazione di condanna dell’assassinio della giovane Deniz da parte del governo. Il ministro dell’Interno Süleyman Soylu è rimastoin silenzio durante un vertice con i governatori. Anche il boss della mafia turco, l’ultranazionalista Sedat Peker, che in queste settimane dal suo esilio a Dubai sta denunciando la collusione tra stato e mafia ha minacciato gli esponenti dell’HDP: Nei prossimi giorni, sperimenterete attacchi molto più gravi di quelloinferto agli uffici dell’HDP di Izmir”, ha detto, ammonendo i sostenitori del partito filocurdo “a non azzardarsi a scendere in piazza in nessuna circostanza”.

Huffingtonpost

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