Abusi sessuali e razzismo alla Rai tedesca. Ma chi denuncia viene licenziato

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Abusi sessuali e razzismo alla Rai tedesca – Dipendenti a contratto mandati via a raffica dalla redazione Medio Oriente della tv pubblica. E un audit interno assolve i capi. Il giornalista messo alla porta: «Ci invitarono a segnalare ciò che non andava e poi ce la fecero pagare».

Il 27 dicembre dell’anno scorso era uno di quei giorni d’inverno berlinesi in cui quasi non c’era luce. Bachir S. Amroune aveva fissato l’appuntamento al Tempelhofer Feld, il parco più grande della città. Voleva un incontro all’aperto, concordato dopo una serie di messaggi spediti da un account anonimo. Parlò per quasi tre ore, camminando su e giù nel freddo. Ma gli ci volle più di un anno prima di accettare l’idea di rendere pubblica la propria storia. Quella di un giornalista stritolato dall’ingranaggio in uno dei templi della democrazia tedesca, l’emittente radiotelevisiva pubblica Deutsche Welle. Un presidio di libertà agli occhi del mondo, viziato al suo interno da un clima avvelenato da accuse di sessismo, antisemitismo e razzismo che Bachir S. Amroune e altri suoi 3 colleghi hanno contribuito a denunciare. Rimettendoci il posto di lavoro. Non una sortita donchisciottesca la loro, ma l’adesione a un progetto di trasparenza che la stessa azienda aveva voluto ma i cui esiti ha fatto di tutto per tenere nascosti. Il giorno in cui Bachir S. Amroune accetta finalmente di portare all’esterno quella che non è solo una vertenza di lavoro, fissa un altro appuntamento all’aperto. Questa volta però solo per stare lontano dalla sua famiglia che non approva la sua scelta di venire allo scoperto. Inizia così la sua ricostruzione dei veleni della Deutsche Welle, la cosiddetta onda tedesca sorretta da 400 milioni di euro versati annualmente dallo Stato per tenerla in vita e «far conoscere la Germania come nazione culturale, libera e democratica, radicata nell’Ue», come recita la legge istitutiva rinnovata nel 2004 e come si sforzano di fare i 3000 dipendenti dislocati in 60 sedi internazionali che producono programmi in trenta lingue.

A guidarla è Peter Limbourg, nato a Bonn, cresciuto tra Roma, Bruxelles e Atene, considerato uno dei più potenti giornalisti tedeschi che ha fatto dell’emittente un vessillo di democrazia: «Il vento contrario dei regimi autoritari mette le ali alla Deutsche Welle», ha proclamato in una comunicazione dell’azienda. Tentando di far dimenticare gli scandali interni che di tanto in tanto affiorano comunque dalle cronache. Sono infatti quasi tre anni che vengono rivelati casi di abuso sessuale (Zeit, 2019), razzismo (The Guardian, 2020), abuso di potere (Süddeutsche Zeitung, 2021) ed antisemitismo (Süddeutsche Zeitung, 2021). Al centro delle accuse di abusi sessuali una star della redazione, Yosri Fouda. Avrebbe invitato a casa alcune donne molestandole fino allo stupro. Poi ci sono omofobia e razzismo, all’ordine del giorno, hanno raccontato alcuni lavoratori. Minacce e ritorsioni sugli straordinari, la regola. Ma in generale le contestazioni riguardano la linea in politica estera: collaborazioni con emittenti antisraeliane e affiliati ad Hezbollah in Libano e Giordania, ma anche con giornalisti dichiaratamente antisemiti o vicini al regime siriano di Assad.

Tutte le accuse riconducono alla redazione del Medio Oriente, dove lavorava Bachir S. Amroune, gestita da Naser Shrouf. Tanto Limbourg quanto Shrouf sono passati indenni dalla tempesta, liquidando le rivelazioni dei giornali come casi isolati per nulla spie di un ambiente impossibile. Intervistato da Die Welt all’inizio del mese, Limbourg ha anche liquidato tutto come critiche costruttive alla sua gestione. Ma Bachir è lì a raccontare un’altra storia e dall’interno. Almeno fino a quando gli è stata lasciata la possibilità di frequentare Deutsche Welle. Si accalora e si innervosisce mentre la colazione che ha ordinato resta intatta. Poi cede alla nostalgia delle origini. Che lo riportano con la mente alla sua Algeria dove è nato e cresciuto e da dove è fuggito a 14 anni in piena guerra civile, riparando con la famiglia in Germania.

Nutrito a ideali e opportunità da costruire con il sacrificio, insegue il sogno di diventare giornalista. Nel 2010 approda a Deutsche Welle. Due anni dopo strappa un contratto. Stipendio dignitoso ma a tempo determinato. «Una condizione comune alle emittenti pubbliche tedesche che a Deutsche Welle riguarda più della metà dei dipendenti», spiega Christian Hoppe, rappresentante dal sindacato Ver.Di. Precari, come in tutto il mondo, fa rima con deboli e ricattabili. «Sono i primi ad essere licenziati, hanno pochi diritti e sono facilmente sostituibili. La pressione su di loro è enorme», aggiunge Hoppe.

Bachir fa della sua instabilità un’arma. Diventa un jolly della redazione Medio Oriente, forte della capacità di esprimersi in tre lingue, gioca su più ruoli: redattore, reporter, autore e news-producer. E si impegna anche nel sindacato interno a difesa dei contrattisti a termine come lui. Niente barricate ma molta solidarietà e una sfibrante opera di mediazione con i capi. «Volevo veramente cambiare le cose, credevo nei valori della Deutsche Welle», racconta oggi. Tutto fila liscio fino al lungo del 2018 quando, in piena onda Me Too, Peter Limbourg e la manager Barbara Massing, fanno un giro per la redazione aprendo un dialogo franco sul sessismo in redazione. Quel giorno d’estate segna la vita di Bachir. «Ci chiesero di mostrare coraggio civile e di indicare eventuali abusi alla direzione. Risposi apertamente, davanti a tutti che ne avevo sentite tante di storie, soprattutto di abusi di potere. Dissi che me ne sentivo responsabile, dato che non tutti i miei colleghi conoscevano i loro diritti». La sortita viene accolta con molta freddezza. E il dialogo si interrompe. Il vertice del settore Medio Oriente fa quadrato intorno al capo e dall’alto non giungono segnali di apertura. Insieme con altri tre giornalisti Bachir però non molla. Raccoglie denunce e  le condensa in una lettera aperta che raccoglie subito una ventina di adesioni manifeste e molte di più anonime. «I colleghi avevano paura di esporsi, allora pensavo fosse irrazionale ma adesso li capisco», commenta Bachir. La lettera viene depositata al sindacato ma alla fine di agosto il capo del Medio Oriente Naser Shrouf passa al contrattacco. Allude alla petizione e innalza il livello dello scontro. «Disse che aveva sentito parlare di un’azione clandestina contro la direzione. Poi spiegò che solo dalla nostra redazione dipendeva il destino di 100 famiglie che nessuno avrebbe voluto mettere a repentaglio», ricostruisce Bachir.

Fiutando l’aria pesante, nonostante una vaga disponibilità di Shrouf a proseguire il dialogo sui diritti all’interno del settore, Bachir e gli altri tre promotori rilanciarono a loro volta inviando la petizione al piano più alto: Limbourg e Massing. Per tutta risposta, siamo già al 28 settembre del 2018, Shrouf convoca un Bachir sempre meno utilizzato nella produzione quotidiana. Il giornalista va insieme con il sindacalista Hoppe a quell’incontro che di fatto segna l’avvio dell’allontanamento suo e degli altri quattro. Il colloquio è teso. Il capo la mette sul piano della perdita di fiducia. Parla di «colpo basso» che ha incrinato il rapporto. Nega qualsiasi trasparenza alle denuncia dei venti firmatari, liquidandola come una manovra al limite della cospirazione, isola Bachir ritenendolo il sobillatore e lo congeda dicendosi «molto deluso». Ogni possibilità di andare sul concreto delle contestazioni è stoppata giocando sul piano dei sentimenti di colleganza. È poco meno di un processo senza possibilità di difesa. E la sentenza è l’annuncio del mancato rinnovo del contratto in scadenza il 31 maggio del 2019. Per addolcire la pillola e prendere tempo, l’ufficio del personale fa sapere che probabilmente dopo uno stop Bachir potrà riprendere, magari in un altro settore, magari già dopo qualche mese. Con la prospettiva imminente di essere ormai fuori, Bachir e i colleghi più esposti invocano la direttrice dell’amministrazione, facendo leva ancora una volta sui valori della Deutsche Well. Raccontano del clima dispotico che regna nella redazione del Medio Oriente, di come i colloqui individuali di fronte a una manifestazione di dissenso si trasformino in forme non tanto velate di repressione. Massing sembra prestare ascolto. Convoca Bachir e il sindacalista e dà ampie rassicurazioni sul fatto che nessuno dovrà temere per il proprio posto. Parla anche di workshop che serviranno a disinnescare la tensione crescente e a ristabilire nell’ambiente di lavoro un clima più tranquillo. «Alla fine, eravamo ancora a gennaio e io già sapevo che il mio contratto scadeva dopo 4 mesi, mi disse di non preoccuparmi e mi strinse la mano sorridendo». Poi va già come ampiamente previsto. A metà maggio dell’offerta di un incarico altrove non c’è più traccia e Bachir capisce di essere tagliato fuori. Alla scadenza del contratto divide il destino con gli altri tre che gli sono stati più vicino.

A distanza di tempo Christian Hoppe si infervora ancora come in quei giorni: «È incredibile. Un lavoratore che subisce un torto, invoca i vertici di un’azienda pubblica che internazionalmente pretende di rappresentare i valori democratici tedeschi per essere tutelato e  viene buttato fuori brutalmente senza spiegazioni. Dopotutto Bachir e gli altri tre hanno fatto gli interessi aziendali mettendo in guardia su episodi che sicuramente stanno nuocendo alla credibilità di Deutsche Well. Loro replicano solo che avevano facoltà di interrompere il rapporto. Ma a tutt’oggi non hanno spiegato». Oggi il percorso di Bachir e dei suoi colleghi licenziati si è diviso. Loro sono ancora in causa con l’azienda. Lui ha dovuto rinunciare. Questione di costi che non poteva sostenere, spiega amareggiato.

L’elenco dei licenziati si è allungato. Solo uno accetta di parlare, ma in forma anonima. Racconta che dopo l’addio di Bachir la situazione è peggiorata. Discriminazioni nella distribuzione dei servizi sono la regola per sanzionare chi prova a mettere in discussione quanto è accaduto. E le minacce di licenziamento si sono fatte esplicite anche nella corrispondenza ufficiale. E quando il Guardian rilancia le accuse di abusi interni, il direttore Peter Limbourg annuncia finalmente un’inchiesta. Sembra la svolta. Ma a occuparsene sono due interni. Chi prova a ribellarsi, come capita al testimone anonimo, finisce fuori. «Il contratto in scadenza non mi verrà rinnovato, mi dicono. Ma da subito mi tolgono sedia, scrivania, posta elettronica e accesso alla sede».

Intanto l’audit interno assolve la gestione Shrouf saldamente al comando di un settore che ha guidato dopo un passato nella distribuzione, in forza dei suoi contatti con il mondo arabo. E Limbourg può dire in giro che il caso è chiuso. Anzi, non c’è mai stato.

Espresso

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