Le delusioni che hanno segnato il primo anno alla Casa Bianca di Joe Biden

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Il primo anno alla Casa Bianca di Joe Biden non è stato facile. A 365 giorni dall’insediamento, il successore di Donald Trump appare in affanno. I primi mesi dopo la cacciata di The Donald erano iniziati in modo trionfante in un certo senso. Biden aveva incassato un paio di ottimi provvedimenti al Congresso, il pacchetto di stimoli per fronteggiare la pandemia e il costoso piano per le infrastrutture. Poi la campagna vaccinale e la diminuzione dei contagi avevano confermato la discutibile gestione della pandemia da parte del tycoon. Ma poi è arrivata l’estate e sono iniziati i veri guai.

1  La pandemia: dal successo al picco dei casi

Per quasi tutta la campagna elettorale del 2020 Biden ha puntato il dito contro il modo con cui  Trump ha gestito l’arrivo del Covid negli Usa promettendo che in caso di elezione avrebbe cambiato metodo. Effettivamente nei primi 100 giorni l’approccio della presidenza è sembrato diverso. Il numero di vaccinati è aumentato, parallelamente casi e decessi si sono contratti. Certo, nei primi mesi l’amministrazione Biden è stata cauta nel fissare obiettivi talmente bassi che era scontato sarebbero stati raggiunti.

Ma alla fine la cautela ha lasciato posto a una spavalderia è che costata cara. Il 4 luglio, in occasione della festa dell’indipendenza il presidente si è spinto ad annunciare che la nazione “era più vicina che mai all’indipendenza dal virus mortale”. Il problema è che poi nel giro di pochi mesi si sono presentate due varianti del Sars-Cov2, la Delta e la Omicron, a scompaginare i piani. Nell’autunno del 2021 il presidente è stato costretto a varare nuove restrizioni. Nel frattempo i casi hanno visto picchi in diversi Stati, aumento di decessi e sistemi sanitari di nuovo sotto pressione.

Ad aggravare il tutto anche un’evidente difficoltà dell’amministrazione nel recuperare test a domicilio e nel fornire messaggi chiari da parte dei funzionari federali. Biden è corso ai ripari con provvedimenti tampone, ma in breve tempo si è eroso il tasso di approvazione sulla gestione della pandemia da parte degli americani. Complice anche un conflitto con molte amministrazioni statali repubblicane e con la Corte suprema. Le prime per l’applicazione di norme sul distanziamento fisico e mascherine, la seconda sull’obbligatorietà dei vaccini nelle grandi aziende.

2  L’Economia: l’incubo inflazione

Uno dei flop più gravi di Biden è arrivato dalla materia più sensibile: l’economia. Come insegna James Carville, storico stratega di Bill Clinton, le campagne elettorali e il gradimento degli elettori ruota tutto intorno alle tasche, “It’s the economy, stupid”. Nel caso di Biden ovviamente lo scenario è più complesso e presenta molte luci e una sola ombra inquietante. Il 2021 si è chiuso con le richieste dei sussidi di disoccupazione più basse degli ultimi 50 anni, un mercato azionario con indici in positivo e un tasso di crescita tra i migliori del mondo attestato al 7%.

Non solo. Sotto la presidenza Biden i posti di lavoro creati sono stati 6,4 milioni con un tasso di crescita mai visto e un indice di disoccupazione quasi dimezzato, passato dal 6,3 al 3,9%. Persino i salari sono aumentati con una crescita del 4,7% rispetto al 2020. Peccato che tutti questi numeri non si vedano nel portafoglio. Perché l’unico dato che conta al momento è l’inflazione, letteralmente esplosa nel corso dell’anno arrivando al 7%, il valore più alto dal 1982.

Joe Trippi, consigliere politico democratico, ha spiegato al Washington Post, che “la maggior parte della gente non percepisce che sono stati creati milioni di posti di lavoro. Sente invece che per fare il pieno servono dieci dollari in più e che il pane è più caro”. All’inizio dell’anno l’amministrazione Biden aveva spiegato che l’aumento sarebbe stato solo temporaneo, frutto di uno choc pandemico e una parziale ristrutturazione delle catene di valore, ma la curva crescente di alcuni prodotti, come energia, generi alimentari e casa (che insieme rappresentano il 50% della spesa di una famiglia), ha smentito l’ottimismo democratico. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University per il 54% degli americani, infatti, l’economia sta peggiorando e il 57% è in disaccordo con la gestione da parte della Casa Bianca.

Per ora l’amministrazione Biden prova a correre ai ripari, ma, sottolineano gli esperti, dovrà farlo entro l’inizio dell’estate. Solitamente negli anni elettorali tra maggio e giugno la posizione degli elettori su un tema delicato come i soldi si irrigidisce e le opzioni più critiche rimangono fino alle elezioni di novembre, quando con le mid term verrà rinnovato gran parte del Congresso.

3  Giustizia sociale e migranti

Vice del primo presidente afroamericano, Biden aveva fatto importanti promesse alla comunità afroamericana, anche alla luce delle forti rivendicazioni del movimento Black Lives Matter nell’estate del 2020. Durante il suo primo anno il presidente si è speso per varare aiuti economici alle comunità più colpite, in particolare quelle afroamericane, come il pacchetto da 5 miliardi per agricoltori di colore inserito nel primo pacchetto di aiuti anti-Covid da 1,9 miliardi.

Questo però non è bastato. Grosse fette dell’attivismo nero si sono lamentate per le riforme rimaste inattuate come quelle relative alla polizia. L’inquilino della Casa Bianca ha rimandato a data da destinarsi la promessa fatta durante la campagna elettorale di creare una commissione di sorveglianza delle forze dell’ordine. A settembre il George Floyd Justice in Policing Act, il provvedimento per rivedere l’addestramento della polizia, è stato affossato al Congresso senza successo.

Una delusione simile si registra anche sulla questione migratoria. Come ha sottolineato anche Voice of America il primo anno di Biden è stato all’insegna della continuità con Trump. Se la costruzione del muro al confine con il Messico è stata bloccata, il resto dell’architettura trumpiana rimane al suo posto. In particolare dopo averla sospesa l’amministrazione ha riesumato la regola che impone ai richiedenti asilo di presentare la domanda mentre si trovano in Messico e aspettare lì l’eventuale risposta. Allo stesso tempo la sua vice, Kamala Harris è stata spedita in centroamerica con l’obiettivo di convincere i migranti a non partire per gli Stati Uniti, con appelli che di fatto tradivano il progetto della stessa Casa Bianca di aumentare il numero massino di rifugiati da accogliere nel Paese portandolo dai 15 mila di Trump a 125 mila.

4  Politica estera: pesa l’addio all’Afghanistan

Biden ha faticato non poco anche sul fronte della politica estera. Nonostante l’inversione di rotta rispetto all’isolazionismo di Donald Trump con lo slogan “America is back” il segno distintivo per ora sembra essere la grande debacle del ritiro afgano consumata alla fine di agosto. Certo, l’epilogo che ricorda il disastro di Saigon ai tempi della Guerra del Vietnam, non è imputabile esclusivamente all’ex senatore dem, ma agli errori e mancanza di ben quattro amministrazioni.

La scelta di Biden di dare seguito agli accordi con Doha fra gli Stati Uniti e i talebani è stata dettata anche dal fatto che gran parte dell’opinione pubblica era concorde nella necessità di lasciare al più presto il Paese. Il punto è che poteva essere gestita in modo meno disastroso. Pentagono e servizi di intelligence avevano avvisato la Casa Bianca che un ritiro repentino avrebbe dato esiti nefasti, ma nonostante questo Biden ha tirato dritto. E alla fine anche l’opinione pubblica, pur riconoscendo che era giusto riportare i soldati a casa, ha bocciato proprio le modalità del ritiro.

L’altro grande nodo internazionale resta il complesso rapporto con Vladimir Putin. Nel corso dell’anno Biden ha parlato con il suo omologo russo diverse volte in videoconferenza e anche di persona a Ginevra in giugno. Ma nonostante questo la tensione lungo il fronte orientale, intorno alla mai risolta questione ucraina, non è mai diminuita. I rapporti recenti parlano di un aumento di truppe russe lungo i confini e i venti di guerra soffiano più forti che mai. In secondo piano, ma non meno importanti, restano i dossier di Cina e Iran, che non hanno avuto sviluppi il primo arenato con un fallimentare vertice di Anchorage nel maggio scorso; il secondo negli infiniti e infruttuosi colloqui sul nucleare che si tengono a Vienna.

5  La democrazia: fallito l’approccio conciliante

Se c’è però un ambito in cui il flop di Biden è stato più fragoroso è quello della democrazia, o meglio il mancato successo in quella che è stata la promessa della sua campagna elettorale. Nel suo discorso inaugurale l’ex vice di Obama salutò il successo su Trump dicendo: “Abbiamo imparato di nuovo che la democrazia è preziosa. La democrazia è fragile. E a quest’ora, amici miei, la democrazia ha prevalso”.

Una frase importante, che stride con il discorso del 6 gennaio scorso in occasione del primo anniversario dell’assalto a Campidoglio: “Non permetterò a nessuno di mettere un pugnale alla gola della nostra democrazia”, ha detto Biden durante la commemorazione. La presa di posizione del presidente contro il suo predecessore a molti è parsa fin troppo aggressiva e tradisce una certa insofferenza.

Biden per tutta la campagna elettorale si è presentato come quello capace di “guarire l’anima” dell’America, ovvero colmare la spaccatura dilagante tra i partiti e tra gli stessi americani. Probabilmente, ha notato anche il Washington Post, lui stesso ne era convinto. Il problema è che dopo un anno quella frattura non sembra sanata, anzi il paese resta più polarizzato che mai.

Nei lunghi anni in cui è stato un importante senatore al Congresso, Biden è riuscito a costruirsi la fama di negoziatore capace di trovare sempre un’intesa tra le parti. Il problema è che il Congresso negli ultimi anni è cambiato, i partiti si sono allontanati sempre di più. E oggi trovare larghe intese è praticante impossibile.

Il 2022 sarà un anno campale non solo per le lezioni di metà mandato, che rischiano di incornare i repubblicani, ma perché segnerà definitivamente la presidenza del democratico. Due pezzi importanti delle sue grandi riforme sono bloccati. La prima, il Build Back Better, potrebbe aiutarlo sul fronte della lotta all’inflazione, ma il fuoco amico dei moderati dem Joe Manchin e Kyrsten Sinema rischia di essere fatale. Il secondo, quello per allargare il diritto di voto, che lo aiuterebbe con gli afroamericani, è bloccato dall’ostruzionismo repubblicano e difficilmente passerà.

Joe Biden, e molti dei suoi sostenitori, erano convinti di trovarsi davanti il nuovo Franklin Delano Roosevelt. Il problema è che tra ritiro dell’Afghanistan e inflazione galoppante per ora l’inizio di Biden è stato più simile a quello di Jimmy Carter.

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