Svezia: Guerre narcos nei “ghetti” delle città, il governo corre ai ripari e chiede aiuto alle forze armate

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Svezia: Guerre narcos nei “ghetti” delle città, il governo corre ai ripari e chiede aiuto alle forze armate – In Svezia sta infuriando una delle guerre della droga più gravi del continente, che solo nel mese di settembre ha fatto più di dieci morti. Adesso il governo corre ai ripari e chiede aiuto alle forze armate.

La Svezia ha un problema di sicurezza e di ordine pubblico che i vertici delle forze di polizia hanno descritto come “il più grave dal secondo dopoguerra”: la violenza delle narco-bande, micro-cartelli della droga in salsa scandinava, che ha trascinato quella che è storicamente stata una delle nazioni più tranquille d’Europa in un vortice di omicidi, sparatorie e attentati dinamitardi.

Il premier svedese, Ulf Kristersson, sembra essersi deciso ad affrontare il fenomeno, che tempo addietro ebbe a definire una “seconda pandemia”, e a fine mese ha chiamato a raccolta i capi della sicurezza pubblica, appartenenti sia all’esercito sia alla polizia, con l’obiettivo di approntare una strategia in grado di ridurre drasticamente l’intensità della narco-guerra.

Verso un’operazione Vespri scandinavi?

Il governo di Stoccolma, dopo anni di lassismo, sembra essere intenzionato a fronteggiare la questione gangsterismo con serietà. Kristersson si è incontrato coi vertici della sicurezza per chiedere ragguagli su come contenere, e possibilmente contrastare, l’epidemia di violenza che sta avvolgendo e travolgendo la Svezia. Un’epidemia che ha lasciato a terra più di dieci morti soltanto nel mese di settembre e che dal 2017 a oggi è stata la causa di oltre 300 decessi, 700 feriti e 400 attentati con esplosivo.

Il 2022 era terminato con 61 morti, 388 sparatorie e 90 attacchi dinamitardi. Sembrava l’anno nero della guerra della droga svedese, un bollettino impossibile da superare, ma l’aggravamento della situazione ha convinto il governo ad agire. Il piano di Kristersson prevede di aumentare i poteri delle forze dell’ordine, di rivedere il sistema giudiziario e penale per i minorenni – avendo molti gangster, sempre più frequentemente, meno di diciotto anni – e di instaurare un canale di comunicazione con la Turchia avente come oggetto la ricerca congiunta dei leader del “narcoverso” svedese che, forti delle origini turche o curde, trovano riparo in Anatolia dopo aver un reato o dirigono da lì i loro traffici.

Il manganello non basterà

Il grosso della violenza gangsteristica è concentrato nelle cosiddette aree vulnerabili, l’equivalente svedese delle banlieue, che in tutto il Paese sono sessanta, ventidue delle quali classificate come “ad alto rischio”, e che, pur concentrando soltanto il 5,4% della popolazione nazionale, sono la casa di oltre la metà delle sparatorie.

Dispiegare le forze armate in funzione di supporto alle forze di polizia potrebbe sicuramente contribuire a ridurre la pressione gangsteristica in determinate aree, dunque meno reati invisibili come le estorsioni e meno crimini visibili come gli omicidi, ma il fenomeno ha radici profonde e complesse, che hanno a che fare col naufragio del modello di integrazione svedese, e che pertanto necessitano e meritano politiche di ampio respiro.

Non sarà aumentando pene e ricorrendo alla telecamerizzazione e alla sorveglianza di massa, inseguendo il miope modello della tolleranza zero alla francese – che ha dimostrato di nascondere la polvere sotto il tappeto –, che Stoccolma risolverà una problematica essenzialmente di natura sociale ed etno-demografica. Lo dimostrano i numeri della violenza. E lo dimostrano i numeri dell’armata di gangster che si contendono le strade svedesi: una quarantina di famiglie mafiose, una cinquantina di bande, per un totale di 9-12.000 banditi e di 30.000 persone coinvolte direttamente e indirettamente nei loro traffici.

Ilgiornale

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