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«Il velo imposto? È la loro cultura». Le parole del pm, Cantone si dissocia

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procuratore

Perugia, la donna marocchina aveva denunciato il marito, Il procuratore: «Non condivido la posizione per cui è culturalmente accettabile imporre il burqa». Il pm ha chiesto l’archivizione: «Non c’è la prova dei maltrattamenti»

Quel giorno, era lo scorso 7 ottobre, Salsabila le ha messe in fila tutte davanti all’investigatore: «Mio marito in Italia mi imponeva il velo integrale e mi chiudeva in casa portandosi via le chiavi… Mi picchiava, mi offendeva, mi minacciava… Diceva che non ero buona a niente… Poi mi ha portato in Marocco con i nostri tre bambini per restare lì solo 40 giorni e invece mi ha preso tutti documenti, lasciandomi a casa di mia madre per poi mandarmi la carta di divorzio…».

Quel giorno, era lo scorso 7 ottobre, Salsabila le ha messe in fila tutte davanti all’investigatore: «Mio marito in Italia mi imponeva il velo integrale e mi chiudeva in casa portandosi via le chiavi… Mi picchiava, mi offendeva, mi minacciava… Diceva che non ero buona a niente… Poi mi ha portato in Marocco con i nostri tre bambini per restare lì solo 40 giorni e invece mi ha preso tutti documenti, lasciandomi a casa di mia madre per poi mandarmi la carta di divorzio…».

Il matrimonio

In qualche modo Salsabila, trentaduenne marocchina, è riuscita a tornare nel nostro Paese, ma da sola e con il cuore infranto. Ha dovuto lasciare nelle campagne di Casablanca, dalla nonna, i suoi tre bambini di 6, 4 e 3 anni, nati tutti dalle parti di Perugia dove ha vissuto con suo marito El Abdelilah per quattro anni, dal 2015 al 2019. «La mia famiglia mi ha consigliato di sposarlo come da tradizione ma non lo conoscevo molto». Lei non spiaccica una parola d’italiano, «come potrei? non mi faceva uscire di casa», ma non parla bene neppure il marocchino. «È un po’ analfabeta, si esprime nel dialetto della sua zona», spiega dosando le parole Souad Sbai, la presidente della Onlus Acmid Donna che per prima l’ha ascoltata. Considerate le difficoltà linguistiche sono stati chiamati vari interpreti e, alla fine, ne è uscito questo suo drammatico racconto. In fondo, un déjà vu.

La richiesta di archiviazione

Quello che invece non si era ancora visto è la conclusione del pm di Perugia, Franco Bettini, che si è occupato dell’indagine e che lo scorso 15 ottobre ha chiesto al gip l’archiviazione del caso: «Il rapporto di coppia viene caratterizzato da forti influenze religiose-culturali alle quali la donna non sembra avere la forza o la volontà di sottrarsi… La condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale, pur non condivisibile in ottica occidentale, dei soggetti interessati». Poche righe, all’interno di un paio di pagine, che hanno sollevato un polverone. «L’attenuante culturale offende anche noi marocchini, è come se ci fosse l’attenuante mafia per gli italiani all’estero, ricordo poi che oggi il Marocco è cambiato, abbiamo nove ministre e non c’è più il niqab», è insorta Sbai lanciando un coro di voci indignate. «Grave precedente». «Fallimento della giustizia». «Queste tradizioni vanno respinte in Italia».

Il procuratore

Considerato l’incendio, divampato dopo che Libero ha dato ampio spazio alla vicenda, il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha preso le distanze dal suo pm: «Premesso che non ero a conoscenza della vicenda, ritengo che non sia assolutamente condivisibile la posizione per la quale imporre il velo integrale sia un’idea culturalmente accettabile. Cioè questa non può essere considerata la voce della procura». Ma non siete stati voi a chiedere l’archiviazione? «Queste richieste non vengono sottoposte al visto del procuratore. Ho saputo della cosa solo ieri sera chiedendo subito lumi al pm in modo informale. Mi riservo di verificare la situazione lunedì (domani, ndr) al rientro in ufficio».

La difesa

Al di là dello scontro sulle motivazioni culturali e religiose, c’è quello sui fatti oggetto della denuncia per maltrattamenti. «Non ci sono prove del reato — ha scritto Bettini —. Dalle dichiarazioni rese, la donna non sarebbe mai stata minacciata di morte, né avrebbe subito aggressioni fisiche tali da costringerla alle cure sanitarie». E, in effetti, quando il poliziotto le chiede in che modo lui la picchiasse e con quale frequenza, Salsabila risponde così: «Dandomi uno schiaffo in una sola occasione, nell’ottobre 2015». E qui si scalda l’avvocato Gennaro De Falco, suo difensore, che ha già preannunciato opposizione: «La farò il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne». Ad ogni passaggio della breve richiesta d’archiviazione il legale ha un sussulto: «Lei non ha chiesto aiuto ai Servizi sociali? Ma mica conosce le nostre strutture!». «Non è mai andata all’ospedale? Ma se la chiudeva a chiave!». «Non si è ribellata? Non tutte hanno questa forza!». «Le tradizioni loro vanno considerate? In Italia c’è la parità di diritti!».
Forse qualche parola è scappata al pm, forse anche le dichiarazioni filtrate non possono restituire il quadro puntuale della situazione. Comunque sia, Salsabila è tornata in Italia e ora chiede aiuto.

IlCorrieredellaSera

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