Attraverso lo specchio orientalista: intervista all’artista marocchina Lalla Essaydi

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Lalla Essaydi

Attraverso lo specchio orientalista: intervista all’artista marocchina Lalla EssaydiL’artista marocchina Lalla Essaydi, 64 anni, è conosciuta per le sue fotografie sfavillanti e multidimensionali che, nonostante la loro semplicità, catturano e gestiscono magistralmente la complessità delle strutture sociali, l’identità femminile e le tradizioni culturali.

Le opere della Essaydi [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] non reinventano solo le tradizioni visive; ma “invocano il fascino occidentale con l’odalisca, il velo e, ovviamente, l’harem com’è espresso nella pittura orientale”.

“Il mio lavoro parla principalmente in termini d’identità marocchina, ma gli identificatori visivi come il velo, l’harem o gli ornamenti e le colorazioni sontuose risuonoano anch’esse in altre regioni del mondo musulmano e arabo dove il posto delle donne è stato storicamente marcato da una limitazione nell’espressione e da personalità imposte”, spiega Essaydi in un’intervista con Global Voices.

Cresciuta in Marocco, Essaydi ha vissuto in Arabia Saudita e in Francia e ora si è trasferita a Boston. Ha allestito diverse mostre alcune delle quali al Museo Nazionale dell’Arte Africana a Washington, D.C., all’Istituto d’Arte di Chicago e al Fries Museum in Olanda.

Essaydi è una poetessa in termini di architettura, corpo femminile e colore. Dove le lettere travolgono la sua composizione, l’audace presenza delle donne e la velata apprensione nei loro occhi sconvolge tutte le equazioni della bellezza.

Seguono alcuni estratti dell’intervista

Omid Memarian: Negli ultimi due decenni ha creato opere d’arte sorprendenti che sfidano concettualmente le strutture sociali e commentano il potere e l’autorità. Come ha trovato e sviluppato questo linguaggio visivo?

Laila Essaydi: Il mio approccio all’arte in generale e il mio rapporto con l’arte islamica nello specifico, è ben radicato nella mia esperienza personale. In quanto artista marocchina che ha vissuto a New York, a Boston e a Marrakesh e che viaggia molto spesso nel mondo arabo, sono diventata consapevole di come le culture di “Oriente” e “Occidente” si guardino l’un l’altra. In particolare, sono sempre più consapevole dell’impatto dello sguardo occidentale sulla cultura araba.

Nonostante l’orientalismo spesso suggerisca una visione europea dell’est del XIX secolo come un insieme di presupposti su cui vive oggi: sia nello sguardo dell’occidente sia nel modo in cui le società arabe continuano a interiorizzare e a rispondere a quello sguardo. Nella sua forma primordiale, l’orientalismo era una “visione” letterale, che trovava espressione nel lavoro dei pittori occidentali che hanno viaggiato verso “l’esotico” est alla ricerca di culture più colorate della loro, e ho utilizzato questo come punto di partenza nella maggior parte del mio lavoro, nella pittura e nella fotografia.

La simbologia che ho trovato nella pittura orientale ha risuonato in me in modi complessi e alla fine mi ha aiutato a collocare la mia esperienza personale in un potente linguaggio visivo.

Nella fotografia esploro questo spazio, sia mentale che fisico e mi interrogo sul suo ruolo nella creazione dell’identità di genere, impegnandomi con secoli di patrimonio culturale e pratiche artistiche. Ad esempio, le mie immagini delle donne, incorporate nell’architettura islamica, riconoscono e rappresentano un’alternativa a spazi simili, immaginati dalle donne, nella pittura e nella fotografia dall’interno del mondo arabo e musulmano. La mia fusione di calligrafia (un’arte sacra tradizionalemente riservata agli uomini) ed henné (un ornamento portato e utilizzato solo dalle donne) riproduce similarmente le tradizioni artistiche e le pratiche comuni della vita quotidiana nelle culture islamiche mentre trasgredisce i ruoli di genere e i limiti tra spazi privati e pubblici.

OM: Lei è nata e cresciuta in Marocco, ha vissuto 19 anni in Arabia Saudita, si è poi trasferita a Parigi e ha studiato lì. Atterrata negli Stati Uniti, ha studiato e ha vissuto là. In che modo questo cammino geografico ha influenzato la sua arte, la sua percezione delle donne e la loro presenza nelle sue foto?

LE: Il mio lavoro è ispirato alla mia esperienza personale. I tanti territori che convergono nel mio lavoro non sono solo territori geografici ma sono anche territori immaginari, modellati soprattutto dall’infanzia e dai ricordi e da influenze invisibili. Il mio lavoro non può ridursi ad un discorso orientalista. L’orientalismo mi ha dato la lente attraverso cui mettere a fuoco tutti i territori convergenti del mio lavoro e attraverso cui vedere meglio l’influenza dell’immaginazione occidentale nei modi orientali di concettualizzare il sé. Ad un livello più personale, la mia pratica creativa è un mezzo attraverso cui posso reinventare e posizionare me stessa in tempi e in contesti culturali diversi.

Allo stesso tempo, celebro anche la ricchezza culturale del Marocco e dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Nonostante io tenda a considerare il mio lavoro come, prima di tutto, un qualcosa di centrato sull’esperienza della donna, direi che anche questi altri elementi sono significanti. Non accadono per caso ma fanno parte delle qualità che trasporto nei miei lavori e nella mia visione.

OM: In che modo vincere un BFA e un MFA all’Università di Tufts e alla Scuola del Museo delle Belle Arti ha contribuito alla sua carriera e alla sua trasformazione artistica? L’istruzione era qualcosa che si aspettava?

LE: Mi sono iscritta alla Scuola del Museo perché volevo tornare in Marocco ed essere in grado di proseguire i miei hobby con una maggiore conoscenza e competenza. Invece, ho trovato il lavoro della mia vita.

Ho imparato che alcune delle cose più importanti delle nostre vite accadono inaspettatamente. Seguiamo un corso di disegno e scopriamo un nuovo mondo a portata di mano che aspetta di essere afferrato. Seguiamo un corso di disegno e scopriamo la storia dell’arte, le installazioni, la fotografia e molto altro. Vogliamo un bicchiere d’acqua e troviamo un oceano che ci chiama. E noi rispondiamo alla chiamata.

Non ho mai immaginato che avrei speso sette anni in quest’ambiente, immergendo me stessa in tutto ciò che la Scuola aveva da offrirmi e imparando più di quanto credessi possibile.

Questa era, ed è, una scuola di artisti, progettata da e per gli artisti: lì gli studenti sono liberi di scegliere cosa vogliono imparare. Offre solo moduli opzionali e non ci sono materie obbligatorie. Quando ci rendiamo conto dei tesori disponibili, vogliamo assimilare tutto.

All’inizio mi sentivo oppressa. Ero una di quegli studenti che la notte vagano per i corridoi della Scuola, sbirciando nelle aule vuote, con i simboli silenziosi di qualunque strumento fosse insegnato lì.

Alla fine, la Scuola mi ha insegnato una seconda lezione. Con tutte queste opportunità e con questa grande gamma di ricchezze artistiche, con tutta questa libertà di scelta, arrivano le responsabilità.

Responsabilità significa innanzittutto disciplina, stabilire le priorità e poi imparare nuove abilità e tecniche. E poi arriva l’autodeterminazione, mentre impariamo e capiamo nuovi modi di pensare l’arte e l’ambizione di fare qualcosa importante per le nostre vite.

La mia carriera mi ha offerto qualcos’altro, qualcosa che non mi aspettavo. Questo ambiente pubblico mi ha offerto dello spazio privato, qualcosa che non avevo mai avuto a casa. Mi ha dato uno spazio dove sentirmi libera di esprimere privatamente i miei pensieri senza l’inibizione di sapere che tutti potevano vedere. Questo mi ha permesso di esplorare e di portare alla ribalta aspetti della mia vita intima che non sapevo esistessero.

Pur sapendo che creare arte è un’intensa esperienza personale, ho anche imparato che questo accade solo con l’aiuto di persone dotate e dedicate: persone che insegnano e guidano, persone che incoraggiano e alimentano, persone che ti ispirano a continuare a raggiungere la creazione di ciò che è eccellente, bellissimo e vero. Ho amato la Scuola, possiamo dirlo forte.

OM: Le donne e il loro spazio privato nel mondo arabo sono centrali nella serie “Harem” e in altri lavori. Da dove deriva questa curiosità e questo interesse, ed è cambiato nel tempo?

LE: Il mio lavoro travalica la cultura islamica e invoca anche il fascino occidentale con l’odalisca, il velo e, ovviamente, l’harem è espresso nella pittura orientale. L’orientalismo è stato per molto tempo una fonte di fascino per me. Il mio background nell’arte è la pittura, ed è come pittrice che ho iniziato la mia indagine sull’orientalismo. Lo studio mi ha condotto ad una conoscenza molto più profonda dello spazio pittorico così splendidamente affrontato da pittori orientalisti in cambio di decorazioni arabe. Dalla sua splendida rilevanza in questi dipinti, questo stile mi ha reso intensamente consapevole dell’importanza degli spazi interni nella culura araba/islamica. E alla fine, ovviamente, ho preso coscienza dei modelli di dominazione culturale e della fantasia sessuale predatoria codificata nella pittura orientalista.

Memarian: Le sue opere incorporano strati multipli, uno strato bellissimo e colorato all’esterno, un invitante mix di strati di calligrafia, henné, ceramica e anche modelli. Quest’ultimo poggia sull’orlo del cliché, ma crea anche un labirinto visivo vivace e mistico. Cosa si prova a navigare questa linea sottile?

Essaydi: Per me è importante che il mio lavoro sia bello. È recepito in maniera differente in occidente e nei contesti arabi ma la sua estetica è appezzata in entrambi i casi. Ancora più fondamentale per me è che le fotografie raggiungano un equilibrio tra il loro contenuto politico, storico ed estetico, così come fare una dichiarazione sull’arte.

Ma a volte sono stata criticata, da un lato, per perpetuare aspettative e stereotipi invece di rifiutarli e, dall’altro lato, per esporre ciò che dovrebbe rimanere privato e questo significa che le risposte ai miei lavori sono altamente soggettive, specifiche al contesto e probabilmente culturalmente informate. Temperate dall’ambiguità del significato letterale del lavoro, forse inadempienti alle reazioni più accessibili e intuitive: la percezione dello stereotipo. Nonostante questo, con deliberata sottigliezza, il mio lavoro introduce alternative, sfida le prospettive della pittura orientalista canonica del XIX secolo. In quanto artista donna proveniente dalle regioni raffigurate, la mia è una voce storicamente repressa che “complica ogni ordinata inquadratura del canone”. Disegnando su dispositivi visivi simili, cerco di coinvolgerla in un dialogo scomodo e sconosciuto, e ricollocare il genere orientalista nella storia dell’arte. 

OM: In un’intervista del 2012 ha detto che i suoi modelli “sono visti come parte del piccolo movimento femminista.” Mentre la “libertà” è uno dei suoi principali interessi e molti dei suoi lavori sembrano ricostruire le tradizioni, in che modo questa formula contraddittoria ha un risultato così liberatorio? 

LE: Può sembrare che il mio lavoro “ricostruisca le tradizioni”, ma in realtà sto cercando di creare una nuova concezione.

Il risultato liberatorio deriva dal fatto che in molti modi, l’esecuzione è un elemento intrinseco delle mie fotografie, evidente nella composizione attenta delle figure, nell’atto fisico della scrittura e, soprattutto, nell’intensa presenza dei modelli rappresentati che fa sì che siano soggetti più che oggetti.

Attraverso la scrittura, metto a nudo i pensieri personali, i ricordi e le esperienze che appartengono a me e alle donne raffigurate come individui all’interno di una narrativa più ampia. Sebbene il mio lavoro si focalizzi principalmente sull’identità marocchina, gli identificatori visivi come il velo, l’harem, gli ornamenti e le colorazioni sontuose risuonano anche con altre regioni nel mondo musulmano e arabo dove il posto delle donne è stato storicamente marcato da limiti nell’espressione e nell’individualità.

Il mio lavoro evoca l’estetica tradizionale della regione e le pratiche sociali, e io ho inserito una dimensione che le complica: una narrativa personale che prende forma nel mondo scritto. In volumi di testo su volumi di testo, queste donne esprimono riflessioni critiche e interrogatori di ricordi, tutto riassunto nello spazio di una fotografia. Allo stesso tempo, scrivo di rappresentazioni di donne marocchine, arabe, musulmane e africame. Per capire il mio lavoro, allora, bisogna esaminare gli antichi preconcetti sostenuti da me e da persone diverse nel corso del tempo.

globalvoice

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