Dalla giornata contro la violenza sulle donne all’imposizione del velo, singolare coincidenza.

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Strano Paese il nostro, da una parte , giustamente, si celebra la giornata contro la violenza sulle donne ogni
25 novembre, dall’altra un Pubblico Ministero di Perugia chiede l’archiviazione di un procedimento nei confronti di un marito, di origine nord africana, accusato di maltrattamenti per aver imposto alla moglie il velo, sostenendo che «la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale, pur non condivisibile in ottica occidentale, dei soggetti interessati».

Da quel 25 novembre 1960, giorno in cui le sorelle Mirabal, attiviste politiche di opposizione al regime in
Repubblica Dominicana, furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate su diretto ordine del dittatore Trujillo, questa data è diventata il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne ed è stata istituzionalizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione del 17 dicembre 1999 n.54/134, la quale stabilisce, con forza, come tale violenza sia “ una delle violazioni dei diritti umani più diffuse, persistenti e devastanti che, ad oggi, non viene denunciata, a causa dell’impunità, del silenzio, della stigmatizzazione e della vergogna che la caratterizzano”.

Anche Papa Francesco è da sempre particolarmente sensibile al problema e con un tempestivo tweet ha affermato “Le varie forme di maltrattamento che subiscono molte donne sono una vigliaccheria e un degrado per gli uomini e per tutta l’umanità. Non possiamo guardare dall’altra parte. Le donne vittime di violenza devono essere protette dalla società.”
A fronte di una data tanto simbolica appare quasi una beffa del destino che pochi giorni prima un
Magistrato della Repubblica abbia giustificato e ritenuto non punibile una condotta (l’imposizione del velo) costituente, ritengo, quanto meno violenza psicologica e comportamento controllante, due delle fattispecie che l’Organizzazione Mondiale della Sanità fa rientrare tra le quattro forme di violenza domestica, le altre sono le più gravi violenza fisica e violenza sessuale.

Fortunatamente immediata è arrivata la dichiarazione del Procuratore Capo, il dr. Raffaele Cantone, il quale
ha replicato “Imporre il velo non può essere giusto nel nostro Paese che ha proprie regole. Che non sono certamente quelle della tradizione islamica. Mi riservo di approfondire e verificare quanto scritto nella richiesta d’archiviazione”.

Il tutto, ora, comunque andrà all’attenzione del G.I.P. ed il difensore della donna ha annunciato che avrebbe presentato opposizione alla richiesta di archiviazione proprio il 25 novembre.

Di certo, a caldo, è facile riversare di critiche il detto provvedimento del P.M., ma, come sempre, una cosa è avere reazioni di getto altra è entrare nel vivo delle questioni, che spesso hanno sfaccettature impensabili ad un’occhiata superficiale. Il tema fondamentale, che comporta valutazioni delicatissime, è risolvere il problema dell’evidente conflitto tra il diritto di seguire e testimoniare le tradizioni della propria comunità e quello di non volerle seguire.

In sostanza non è di per sé condannabile il comportamento di un marito che desideri che la propria moglie rispetti gli usi millenari della propria cultura mettendo il velo integrale, ma non è nemmeno condannabile la moglie che non desideri praticare alcuni di detti usi e, quindi, non voglia mettere il velo. Quello che, certamente, è condannabile è la costrizione e ciò semplicemente perché colliderebbe con i principi fondamentali di libertà dei singoli contenuti nella nostra Costituzione, nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonchè nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Subordinare detti principi, assolutamente non negoziabili, ad un preteso rispetto di diverse tradizioni, peraltro non facenti parte della nostra cultura occidentale, in una sorta di laissez faire, laissez passer non è accettabile. La nostra storia e le nostre radici non possono essere sopraffatte, in nome di un multiculturalismo vacuo, da una sottomissione ad altri modi di pensare ed agire sulla base di diversi usi e costumi che collidono con i pilastri fondamentali, quali la libertà e l’uguaglianza di ogni essere umano, posti a base della nostra società, ciò non può essere permesso.

Avv. Antonfrancesco Venturini

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