Di Avv. Carmela Federico
La vicenda della riforma della legge elettorale, lo Stabilicum, si è consumata in pochi giorni concitati, ma il filo conduttore che l’ha attraversata dall’inizio alla fine è sempre stato lo stesso: quanto le regole sulla composizione delle liste incidano realmente sulla rappresentanza femminile in Parlamento.
Tutto era partito il 13 luglio, con il deposito da parte di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc di un emendamento che introduceva le preferenze: capolista bloccato, seguito da sei nomi su cui l’elettore poteva esprimere fino a tre preferenze, valide solo se su candidati di sesso diverso.
Lega e Forza Italia non avevano firmato il testo, temendo di eleggere pochi parlamentari propri rispetto a Fratelli d’Italia, di gran lunga il partito più forte della coalizione. Nelle ore precedenti al voto, però, si era registrata una schiarita: entrambi i partiti avevano infine annunciato il proprio sostegno, così come Futuro Nazionale, pur giudicando la misura un compromesso insufficiente rispetto a un sistema di preferenze piena, senza capolista bloccato.
Il nodo più delicato, fin dal principio, non è stato però il merito della norma, ma il metodo del voto. Giorgia Meloni aveva chiesto pubblicamente uno scrutinio palese, sfidando le opposizioni a “metterci la faccia” invece di nascondersi dietro il segreto dell’urna. La richiesta non è stata accolta: la presidenza della Camera ha ammesso il voto segreto su un centinaio di emendamenti, incluso quello sulle preferenze.
La giornata del voto è stata segnata da un nervosismo diffuso che da tempo non si respirava a Montecitorio, tra voci, sussurri e veleni nei capannelli. Fuori dall’Aula, il deputato di +Europa, ha organizzato un sit-in di protesta; dentro, il dubbio principale riguardava la tenuta dei cosiddetti “peones”, i parlamentari di secondo piano, specie di Lega e Forza Italia, chiamati a votare uno strumento non sempre popolare in un Parlamento composto in larga parte da eletti su liste bloccate: le preferenze, infatti, costringono a costruirsi un consenso personale, voto per voto, invece di affidarsi alla sola posizione in lista.
L’esito è stato clamoroso: l’emendamento è caduto per un solo voto, 187 sì contro 188 no, nonostante il sostegno dichiarato di tutta la maggioranza più Futuro Nazionale e il parere favorevole del governo. Prova evidente che, nel segreto dell’urna, alcuni voti non hanno seguito le indicazioni di partito. Ma è sul fronte delle quote rosa che si è concentrata la parte più sostanziale della battaglia parlamentare, e su cui vale la pena soffermarsi.
Il testo di maggioranza prevedeva che l’obbligo di alternanza di genere tra i candidati scattasse solo dal terzo nome in poi, lasciando capolista e secondo nome liberi da qualunque vincolo: proprio le due posizioni con le maggiori probabilità concrete di elezione. Le opposizioni hanno presentato un subemendamento, a prima firma di Luana Zanella e sottoscritto da Pd e M5s, per estendere l’obbligo già alla scelta dei capilista, stabilendo che questi non potessero essere dello stesso genere in misura superiore al 50% del totale delle liste di ciascun partito. Anche questo tentativo è stato respinto, con margine più netto: 207 no contro 155 sì. Il risultato pratico, dunque, è che la questione della parità nelle posizioni davvero decisive resta oggi priva di una soluzione normativa.
Su questo punto ho avuto modo di scrivere, nei giorni scorsi, la seguente considerazione, che ritengo tuttora il cuore del problema: “Nessuno dei due strumenti, da solo, garantisce l’equilibrio di genere. Le preferenze, infatti, non sono uno strumento neutro a favore delle donne: sono semplicemente un meccanismo che sposta la decisione dai partiti agli elettori, ma il risultato dipende da come si vota, non dalla regola in sé. Se in un dato collegio l’elettorato esprime prevalentemente preferenze per candidati uomini, le preferenze produrranno più eletti uomini, esattamente come le liste bloccate, se i partiti scelgono di mettere più uomini nelle posizioni sicure. L’unico strumento che impone un risultato, o quantomeno un vincolo formale, è l’alternanza obbligatoria di genere nella composizione delle liste, e non le preferenze. Le preferenze, al massimo, possono essere lo spazio in cui quell’alternanza si traduce, o non si traduce, in seggi reali. Ecco perché il vero nodo tecnico non era preferenze sì o no, ma da quale posizione in lista scatta l’obbligo di alternanza, dal capolista, dal secondo nome o dal terzo, perché è lì che si decide se il vincolo di genere ha effetto pratico o resta solo sulla carta. Le preferenze, da sole, non garantiscono nulla alle donne. Il problema è più a monte, nella composizione delle liste stessa.”
I fatti di questi giorni sembrano confermare in pieno questa lettura. La bocciatura dell’intero emendamento ha reso, per il momento, la questione delle quote rosa quasi un dettaglio superato dagli eventi — ma resta, a mio avviso, il punto tecnico più rilevante dell’intera vicenda. Finché il vincolo di alternanza continuerà a essere collocato nelle posizioni meno decisive della lista, parlare di garanzia della rappresentanza femminile resterà un esercizio più formale che sostanziale. Il tema tornerà inevitabilmente nei prossimi passaggi parlamentari della riforma, incluso l’esame al Senato, e sarà lì che si vedrà se la politica saprà davvero costruire una combinazione efficace tra preferenze e alternanza, anziché continuare a trattarle come due alternative in conflitto tra loro.
