Abbandonare i simboli della lotta alla criminalità ne sminuisce la potenza

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Provare per un attimo ad entrare nei panni forzatamente e dolorosamente dismessi di una vittima della criminalità. Qualcuno, una città, ha voluto apporre, in uno dei suoi luoghi storici più frequentati, una testimonianza concreta e durevole, ad onore e ricordo del sacrificio estremo delle vittime di atti criminali. L’imperitura considerazione del sacrificio si è ridotta però all’unica, annuale giornata dedicata alla memoria.

Questo monumento, perché trattasi di monumento, durante il resto dell’anno è preda dell’abbandono e del teppismo senza giustifiche. Le vittime, cui la targa è dedicata, se potessero, avrebbero sicuramente qualcosa da dire, dueparolinesolodue, ai responsabili dello scempio. Napoli, via Cesario Console: un passo dalla Reggia, due dal mare. Turisti e abitanti passano e vanno mentre, circondata da sporcizia con contorno di erbacce (il vero patrimonio green della città), la targa, che doveva onorare le vittime cadute, e professare la lotta alla delinquenza organizzata, sta. Scritte deteriorate, illeggibili, che non possono più raccontare la lotta dello stato contro questo male radicatissimo. La simbologia era forte: lo Stato, con la s maiuscola, a presidio di un luogo a ridosso del quale l’illegalità prospera alla faccia di qualsiasi crisi economica. Lo Stato contro droga, traffici variamente assortiti e venditori di merci illegali.

La targa sistemata in questo contesto, e la scultura che la completa rappresentando la vita che si lancia verso il cielo, dovevano essere un segno permanente della presenza dello Stato quale argine al malaffare. Avrebbe dovuto rappresentare per i delinquenti IL monito, il segnale di stop, la paletta rossa. Avrebbe potuto, avrebbe dovuto. Il sentiero  per l’inferno è lastricato da buone intenzioni. Piccolo esercizio di fantasia deduttiva, con basso numero di asterischi di difficoltà: una stele, inno alla lotta per la legalità, posta in una area cittadina centrale a coefficiente malavitoso medio alto, è lasciata nell’incuria. L’oggetto, per quanto artistico, si deteriora e la scritta scompare. La scultura a cui è poggiata la targa mostra evidenti i segni della negligenza manutentiva e dell’azione distruttiva degli agenti atmosferici. Qualche tocco di vandalismo. Il messaggio s’interpreta forte e chiaro: il malaffare prospera e vince, il simbolo della lotta alla delinquenza deperisce e muore. No Buono, diceva un comicodellanotte.

L’amministrazione di una città che, se pur sepolta di debiti, non lesina in manifestazioni spettacolari o di grande attività popolare negli spazi adiacenti al monumento degradato, avrebbe il dovere di riservare qualche risorsa alla manutenzione di quel bene. Una sorta di marcatura del territorio. La lotta alla delinquenza ovviamente non si combatte con una targa, evidente. Il messaggio di incuria gestionale e di vuoto aperto ad altro arriva però chiaro e forte. Il prof. Philip Zimbardo  nel 1969 condusse un esperimento di psicologia sociale. L’automobile in buone condizioni, abbandonata in una zona residenziale di Palo Alto non subiva alcuna forma di vandalismo, il suo team di ricercatori decise allora di manometterla e di rompere il vetro di un finestrino. In breve tempo la macchina fu oggetto di violenza e vandalismo. Era la prova che la teoria delle finestre rotte non fosse solo elucubrazione teorica. Questa teoria criminologica sostiene la capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità e comportamenti anti-sociali. Sic est. Occorre cominciare dai fondamentali: ordine e decoro urbano, rispetto delle norme. Qui Napoli, la regola però vale dovunque.

Di Fabiana Gardini

 

 

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