Mostra blasfema: quando l’unico messaggio è solo volgarità e svendita d’identità

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identità

A Napoli il festival delle arti per la libertà d’espressione contro la censura religiosa. Un esercizio di moderna civiltà. Dixerunt. Forse. Se non fosse stata realizzata con mezzi e termini che con la censura religiosa non hanno poi granché da condividere.

La maestrina dalla penna rossa, sillaba per voi: at-ten-ti. La censura religiosa usata dall’autorità religiosa per limitare la libertà d’espressione. L’autorità religiosa è fatta da umani, quelli che già nel medio evo furono classificati come clero. Il clero è quella parte di fedeli che, nell’ambito di una religione, ha un ruolo distinto e spesso direttivo o anche semplicemente retribuito. La religione è il complesso di credenze, sentimenti e riti che legano l’individuo alla divinità in cui crede. Puff, che fatica. La truffaldina venditrice televisiva di cremine miracolose avrebbe, a questo punto, gracchiato la sua domanda retorica sul consenso alle definizioni.

La Mostra “Ceci n’est pas un blasphème” al Pan, a Napoli, ovviamente ha generato qualche discussione. Perbacco. La città di noi tutti medici, noi tutti CT, noi tutti qualunquecosa, non poteva tacere. La mostra, senza altro eco che quello sul cattivo gusto e la volgarità delle espressioni, enuncia come obbiettivo il contrasto alla censura religiosa (riguardare la definizione, prego). La mostra, sarebbe stata solo erroneamente intitolata se fosse stata fatta usando espressioni d’insulto nei confronti soggetti religiosi di ogni religione. Se fossero stati citate le ragioni del “je suis charlie” e dintorni, ad esempio. In quel caso però ci sarebbe davvero voluto coraggio, tanto coraggio. Se la stratificazione del potere clericale fosse stata esplicitata con precisi riferimenti storici, e il tutto non si fosse risolto con un festival della bestemmia. Inaccettabile sempre e comunque in qualsiasi lingua e per ogni religione. Non pervenuta la necessità di inquinare, con volgarità senza senso, l’immaginario dei bambini o il credo di tante persone. Pretendere anche di chiamarlo arte.

Natalino Sapegno, proprio l’autore dei testi di letteratura per i licei classici di generazioni vintage, se non fosse morto e da tanto, in questo penoso frangente avrebbe potuto diventarlo di colpo. Il suo affanno per spiegare agli studenti come distinguere la poesia dalla letteratura (che chiamava non poesia), sarebbe diventata rantolo davanti al tentativo di contrabbandare goffamente un progetto politico come quello delle cinque esposizioni, annunciate come di matrice anticlericale e laica. Anticlericale: contrario al clero, si oppone alla sua azione e alla sua influenza. La definizione è chiara. Si tratta di un’opposizione a chi esercita gli uffici della religione, ai preti, ai prelati e a tutta la gerarchia. Il clericale potrebbe dunque esercitare l’ufficio di qualunque religione. Le bestemmie e gli insulti rappresentati nella mostra sono relativi alla sola religione cristiana. Sono relativi alla religione, non a chi la officia. Dunque tutto sbagliato, solo offensivo per chi invece in quella religione crede.

Decisamente fuori tema. Tratto rosso: errore grave. Bocciati. Due le possibilità: sono stati sbagliati il titolo e la ragione della mostra, che non è anticlericale ma anti-religione, oppure, cavalcando l’ignoranza più becera imperante, giocando sulla confusione tra clero e religione si è voluto insultare una religione, la nostra, quella cristiana. Non quella mussulmana, non quella induista, nessuna altra che quella cristiana. I soggetti colpiti dalla blasfemia sono dunque solo Dio, Gesù e tutto il corredo di elementi della cristianità sui quali sarebbe il caso che i sensazionalisti curatori della mostra, forse solo in cerca di un posto al sole, facessero una riflessione. “Non possiamo non dirci cristiani”. Detta da Benedetto Croce, filosofo, critico, letterato e per giunta anche ideologo del liberalismo novecentesco, la frase non può che indurre a pensare al valore laico della religione cristiana in quanto civiltà. L’affermazione di Croce, è valida per tutti, credenti e non, e vuol dire che tutti gli appartenenti all’Occidente di tradizione cristiana, dovrebbero essere orgogliosi dei propri valori cristiani, almeno quanto i credenti delle altre religioni lo sono delle proprie. Rinunciare ai nostri valori cristiani significa negare le nostre radici e diventare facile preda di religioni che hanno nella conquista la loro radice. L’abbandono dei valori di spiritualità cristiana ci umilia portandoci a una finta tolleranza, e questa è la linea diretta per perdere la nostra civiltà e scomparire. Per questo motivo il maldestro tentativo di sdoganare il disprezzo per la religione cristiana è stato anche ignorato dalla vera critica d’arte. Non c’è arte nella blasfemia. Andy Warhol che nelle sue opere citò spesso i fumetti per favorire la presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, avrebbe potuto trovare interessanti come soggetti, gli ideatori o i curatori di questa esposizione cui avrebbe dedicato, forse, qualche opera ispirata alla degenerazione del Kitch.

Di Fabiana Gardini

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