Come il cervello “si modifica” a seguito dell’infezione da Coronavirus

9 mins read
coronavirus - cervello

Come il cervello “si modifica” a seguito dell’infezione da Coronavirus – I postumi dell’infezione possono essere visibili anche in coloro che sembrano averla superata senza particolari contraccolpi.

ltre 440 milioni di casi di infezione nel mondo. Quasi sei milioni di vittime. Questo il bollettino aggiornato della pandemia da coronavirus, che tiene conto dell’esito più grave (i decessi) provocati dal Covid-19. Quello che però si è ormai capito – nonostante l’emergenza sanitaria sia ancora in atto – è che i postumi dell’infezione possono essere visibili anche in coloro che sembrano averla superata senza particolari contraccolpi. Sars-CoV-2 – complice la diffusione dei recettori ACE2, che ne favoriscono l’ingresso all’interno delle cellule – può infatti recare danni oltre i polmoni. E quando si parla di Long-Covid il pensiero vola soprattutto al cervello. Disturbi neurologici e psichiatrici vengono descritti di frequente tra chi ha avuto l’infezione, anche a mesi di distanza dalla negativizzazione. Conseguenze di un’azione del virus anche a livello cerebrale, «fotografata» in maniera nitida in uno studio pubblicato sulla rivista «Nature»

I «segni» di Sars-CoV-2 a livello cerebrale

Il lavoro dei ricercatori del Centro di neuroimaging integrato dell’Università di Oxford non è il primo ad aver documentato un danno cerebrale successivo all’infezione da coronavirus. Ma è l’impostazione seguita a dare peso allo studio. Gli scienziati britannici sono infatti i primi ad aver messo a confronto le immagini delle scansioni cerebrali – ricavate attraverso la risonanza magnetica multiparametrica – e i risultati di una serie di test cognitivi ottenuti in un gruppo di persone (401) prima e dopo l’infezione. E le hanno così confrontate con le immagini raccolte sempre nei due momenti in un altro campione di soggetti (384) mai entrati a contatto con Sars-CoV-2. In questo modo – uomini e donne arruolati nello studio avevano un’età compresa tra 51 e 81 anni – è stato possibile eliminare l’eventuale ruolo di fattori di rischio presenti già prima di contrarre l’infezione. Il «passaggio» del virus è risultato associato a diverse caratteristiche osservate attraverso le scansioni: una complessiva contrazione del volume cerebrale, una significativa riduzione dello spessore e del contrasto della materia grigia a livello della corteccia prefrontale (la regione è implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale) e del giro paraippocampale (coinvolto nei meccanismi di codificazione della memoria e del suo recupero) e diversi segni di danno tissutale nelle regioni funzionalmente collegate alla corteccia olfattiva. I partecipanti allo studio risultati positivi al coronavirus mostravano inoltre i primi segni di decadimento cognitivo, dal confronto delle immagini ottenute prima e dopo l’esposizione a Sars-CoV-2: conseguenza dell’atrofia di un’area del cervelletto. Entrambe le conseguenze sono state riscontrate anche escludendo le 15 persone – poco meno del quattro per cento, sul totale degli infetti – che avevano avuto bisogno di un ricovero in ospedale. Un aspetto dal quale si evince che non sarebbe la gravità del decorso della malattia a determinare conseguenze cerebrali. Bensì, in alcuni casi, la semplice infezione.

I timori legati al declino cognitivo

Sono gli stessi autori dello studio a precisare che «le variazioni osservate nei diversi parametri sono di entità modesta»: nel caso più significativo prossime al due per cento. E che comunque le statistiche, registrate tra i quattro e i cinque mesi dall’infezione, fanno riferimento a un effetto medio. «Questo vuol dire che non tutte le persone infette mostreranno simili anomalie». Tra gli aspetti ancora da chiarire, la durata nel tempo di questi strascichi (servirebbe un ulteriore scansione cerebrale a distanza di mesi o anni per verificare quanto la situazione sia eventualmente mutata) e l’effetto della vaccinazione (informazione non riportata nello studio). L’impostazione del lavoro, il ricorso alle immagini e l’indipendenza delle conseguenze dalla gravità dell’infezione lasciano però pensare che i postumi cerebrali possano rappresentare una delle insidie maggiori del Long-Covid. Potenzialmente, un’emergenza di sanità pubblica. Tra le possibili conseguenze, vi è infatti anche l’aumento delle diagnosi di malattia di Alzheimer o di altre forme di demenze senili. Da qui la decisione di creare un consorzio internazionale di ricercatori provenienti da oltre trenta Paesi, che nei prossimi anni lavoreranno per verificare l’esistenza o meno di una correlazione. In modo da correre eventualmente ai ripari con diagnosi precoci.

Non soltanto disturbi neurologici

Gli strascichi provocati da Covid-19 sono stati riportati in diversi studi. Il più ampio di questi, pubblicato quasi un anno fa sulla rivista «The Lancet Psychiatry», ha stimato postumi fino a sei mesi dalla guarigione per un terzo degli infetti. Dall’analisi, condotta da un gruppo di psichiatri sempre dell’Università di Oxford, è emerso che i problemi più frequenti sarebbero soprattutto di natura psicologica: disturbi d’ansia (17 per cento), dell’umore (14 per cento), uso di droghe (7 per cento) e insonnia (5 per cento). Rare le conseguenze più gravi: dall’ictus (2,1 per cento) alla demenza (0,7 per cento), rilevati con maggiore frequenza tra coloro che erano stati costretti al ricovero in terapia intensiva. Preso il 34 per cento come valore medio, il dato riguardante le conseguenze neurologiche e psichiatriche registrate dopo Covid-19 è risultato più alto tra coloro che avevano dovuto ricorrere alle cure ospedaliere ordinarie (38 per cento), a quelle intensive (46 per cento) e tra chi aveva sviluppato già un’encefalopatia (manifestatasi con il delirium) nel corso dell’infezione (62 per cento). «Nella nostra esperienza abbiamo osservato che, mentre i sintomi respiratori e metabolici hanno un picco durante la degenza e tendono a ridursi fino a stabilizzarsi una volta usciti dall’ospedale, i disturbi neurologici e psichiatrici hanno un andamento opposto e iniziano ad aumentare una volta risolta la fase acuta dell’infezione – afferma Alessandro Padovani, direttore dell’unità operativa di neurologia 2 agli Spedali Civili di Brescia e presidente eletto della Società Italiana di Neurologia -. Esiste una correlazione almeno parziale con la gravità del Covid-19. Fino al 70 per cento dei pazienti che hanno avuto una forma grave riferisce infatti sintomi quali la stanchezza cronica, disturbi di memoria, di concentrazione e del sonno, dolori muscolari, depressione e ansia fino a sei mesi dopo la guarigione. Conseguenze che comunque si osservano, seppur con minore frequenza, anche tra coloro che hanno avuto una malattia di grado lieve».

Diverse le possibili cause

Nei due studi citati non vengono citate le possibili cause delle conseguenze dell’infezione da Sars-CoV-2 sulla salute mentale. I neurologi sono però concordi nel considerare che una minima percentuale possano essere legate alla penetrazione del virus nel cervello. Mentre nella maggior parte dei casi sarebbero provocate da alterazioni della coagulazione innescate dal legame del virus alla parete dei vasi. Il danno del sistema nervoso in seguito all’infezione virale può essere inoltre provocato da un’eccessiva attivazione del sistema infiammatorio e immunitario. Proprio per questo il cortisone e gli anticoagulanti, chiamati a spegnere l’infiammazione e a ridurre la coagulazione del sangue, vengono spesso utilizzati nelle forme gravi di Covid-19.

Rainews

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from Blog