L’ex colonia tedesca che vuole diventare una superpotenza dell’idrogeno verde

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Secondo il ministero della Ricerca tedesco, la Namibia ha il potenziale per produrre H2 rinnovabile a 1,5-2 euro il chilo, nonostante il costo aggiuntivo per la desalinizzazione dell’acqua di mare necessaria per l’elettrolisi. Ecco i punti di forza di un hotspot dell’idrogeno di cui si parla poco.

Nella rincorsa al prezzo più basso per l’idrogeno verde c’è un protagonista di cui si parla poco. Quando si considerano i paesi in pole position per abbattere i costi di produzione dell’H2 rinnovabile, il pensiero di solito va a una potenza economica come l’Australia, che insieme al Giappone è in prima linea nella creazione di una filiera globale per il vettore energetico. Oppure al Cile, che ha due assi nella manica: il deserto di Acatama ha i massimi valori mondiali di radiazione solare, mentre la Patagonia può contare su venti tra i più sostenuti e costanti del pianeta. Poche volte, invece, si pensa all’Africa. Eppure, un contendente di tutto rispetto c’è: la Namibia.

Rinnovabili a basso costo

Il paese dell’Africa australe ha un mix di condizioni perfette per ottenere energia da fonti rinnovabili a bassissimo costo. Può contare su oltre 3.500 ore di sole l’anno: per mettere in prospettiva, i valori più alti dell’eliofania in Italia battono sulle 2.600 ore in Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia.

In più, due terzi del suo territorio hanno valori di irradiazione solare superiori a 2.700 kWh/m2, analoghi a quelli dell’Australia e più alti di quelli di gran parte della penisola arabica. Buona parte delle zone costiere della Namibia, inoltre, presentano condizioni ideali per parchi eolici.

Una superpotenza dell’idrogeno verde?

Questi presupposti fanno della Namibia un paradiso per la produzione di idrogeno verde. Secondo Stefan Kaufmann, commissario all’Innovazione per l’idrogeno verde del ministero dell’Educazione e della Ricerca della Germania, il costo di un chilo di H2 nel paese potrebbe facilmente aggirarsi tra gli 1,5 e i 2 euro. Livelli di prezzo, questi, che incorporano già il surplus necessario per la desalinizzazione dell’acqua di mare con cui alimentare l’elettrolisi. Il procedimento, infatti, impiega tecnologia a base di platino e iridio, entrambi metalli di cui il paese è ben fornito. A conti fatti, la desalinizzazione non dovrebbe incidere che per l’1% del costo finale di produzione.

Finora, però, questo potenziale non è stato sfruttato. Ci penserà per primo HYPHEN Hydrogen Energy, che a novembre 2021 si è aggiudicato un progetto da 9,6 miliardi di dollari (pari al Pil annuale del paese), 3GW di capacità di elettrolisi e 5GW di capacità installata tra eolico e solare. La produzione annua dovrebbe raggiungere le 300mila tonnellate di idrogeno verde.

Il progetto sarà localizzato in un’area strategica, nel parco nazionale di Tsau Khaeb, nel deserto a 100 km dalla costa, molto vicino alle principali rotte navali e ai maggiori corridoi via terra dell’Africa australe. Il paese prevede di iniziare a esportare il vettore energetico nel 2025. Ovviamente, una volta completate le infrastrutture necessarie, in particolare quelle portuali. Per le quali il governo di Windhoek vuole puntare su partnership pubblico-private e sta già catalizzando l’interesse degli investitori. Sfruttando un altro fattore da non sottovalutare: la Namibia è tra i paesi meno corrotti dell’Africa subsahariana, secondo la classifica di Transparency International.

rinnovabili.it

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