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L’11 settembre, vent’anni dopo: storia ed evoluzione del fondamentalismo islamico

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11 settembre

Di Stefano Amodio e Alessandro Denti

Sono passati vent’anni – quasi non ce ne siamo accorti, di così tanto tempo. L’11 settembre 2001 è ancora lì, un’impressione potente che rimane sempre come fosse adesso – un vero e proprio “evento-mondo”, quale non s’era vissuto mai prima e come, per certi aspetti, non s’è neppure visto più, di quelle fattezze, di quell’immediatezza e capacità di stordimento, poi dopo.

Passati vent’anni, tanti “segreti” ancora avvolgono quell’incredibile sciagura, quell’incomprensibile falla del sistema di sicurezza occidentale, ed americano nello specifico. Ed ora, proprio ora dopo l’uscita USA dall’Afghanistan, la Presidenza americana annuncia la “desecretazione” dei fatti in relazione all’11/9; un’apertura capace, probabilmente, di riprospettare l’intera questione.

Ma indubbiamente, quel che s’inaugura con quel peculiare evento-mondo – ossia, una scarica d’attenzione mediatica immediata, scioccante e globale – è la narrazione d’un nuovo tipo di conflitto, con cui un certo, ritrovato dalla storia immaginario jihadista ha sfidato la società occidentale e i suoi valori. Attraverso diverse e complesse personificazioni successive, durante questi vent’anni il fantasma d’una vera e propria “guerra santa” ha purtroppo coinvolto migliaia di giovani musulmani in rivolta contro il mondo occidentale, imperialista ed “infedele”. Quel modello di sfida, basato sull’idea di “punire” una società occidentale ritenuta appunto imperialista e blasfema, che l’11 settembre ha imposto sulla scena della storia, si è poi diffuso quale schema d’azione su tanti diversi scenari, certamente occidentali, ma anche e soprattutto nello stesso Medio Oriente d’origine, quel “Grande Medio Oriente” che possiamo disegnare a partire dalle zone indonesiane e pachistane passando attraverso il cuore arabo della penisola dei petrodollari, fino alla linea fondamentalista che si tratteggia nell’Africa islamista dalla Somalia al Sahara, là dove tutte le armate di Al Qaeda e simili si perdono, nascondono e poi si rigenerano, e al terrore di Boko Haram nel continente nero profondo, in Nigeria. Soprattutto dopo l’11/9, in tanti disgraziati posti – da Baghdad a Karachi, da Kabul a Mombasa o al Levante – lo schema del terrore esplosivo, con bombe sanguinarie nel cuore cittadino, si è sparso in nome d’una “guerra santa” islamista, talvolta predicata da mullah o oulema popolari nel contesto locale, ma soprattutto finanziata da contorti, ambigui giri di denaro, tra i quali è infine emersa una costante presenza del Qatar, però non certo solo, nel corso dei decenni, a tessere questa rete di guerra, fanatismo, distruzione.

Spesso in Occidente si è tentato di spiegare il movimento islamista – una galassia complessa ma coerente, dai Fratelli Musulmani ad al Qaeda, dall’Isis ai Talebani, ai mille gruppi di combattenti disseminati – tramite il ricorso a categorie “postcoloniali”, secondo parametri di lettura economici, politici, “classisti”: ebbene no, proprio questo tempo ha invece mostrato che dietro tale movimento islamista c’è proprio quel che esso stesso dice e rivendica di sé, ossia un’idea essenzialmente religiosa, d’una religione invasiva e fondamentalista.

La conclusione dell’occupazione occidentale in Afghanistan, e la contemporanea apertura di desecretazione sull’11 settembre, probabilmente, chiudono questo triste ciclo storico. Non sappiamo se aprendo a scenari davvero migliori, o invece peggiori; ma di certo, dopo quel tragico giorno di ormai vent’anni fa, la spirale di terrorismo, guerra, ambigue connivenze e fallimentari occupazioni, come quelle americane in Afghanistan o in Irak, è andata sempre più in crescendo. Ed ora, che almeno parte di tutto questo è finito, qualche speranza d’una stagione migliore, e a maggior ragione sulla lunga durata, non sembra completamente infondata. Ma starà comunque anche a noi, occidentali come orientali, saper cogliere l’occasione e invertire di segno il cammino di questa dolorosa vicenda.

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